Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta

Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta Book Cover Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta
Matteo Messina Denaro
Stampa Alternativa
2008
9788862220538

“Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta”, a cura di Salvatore Mugno, è un libro composto da cinque lettere firmate da un'odiosa personalità dei tempi nostri: assassino, superlatitante, erede di Riina e Provenzano, ricercato dalle polizie di tutto il mondo, Messina Denaro si firma “Alessio” e scrive al vecchio amico Tonino Vaccarino, alias “Svetonio”. Chi è Svetonio? È l'ex sindaco di Castelvetrano, patria di Denaro; collaboratore, a quanto si può capire (cfr. p. 125) dei Servizi Segreti.

Il Boss non s'accorge – a quanto pare – che Svetonio è un doppiogiochista: stando al commento di Mugno, magnifico curatore dell'opera, in ogni caso, “(...) non svela a Svetonio eventi criminosi e fatti di sangue, ma lo mette al corrente di aspetti forse ancora più delicati e intimi: vale a dire le proprie riflessioni, i propri sentimenti e stati d'animo” (p. 22). Sarà mica che si stava prendendo gioco dell'interlocutore? Ne parleremo più avanti.

Denaro, detto “U Siccu” (“Il magro”), “Testa dell'acqua” o “Diabolik”, alias plausibile “Paolo Forte”, quinto nella classifica dei ricercati in tutto il mondo (secondo la rivista “Forbes”), è strabico (ex strabico? Si parla di un intervento in Spagna negli anni Novanta), alto uno e settanta, stempiato (guardatevi attorno!); appassionato di belle macchine, orologi di lusso, belle donne e abiti modaioli, edonista ed esteta, avrebbe – stando a quanto leggo nella ricca postfazione di Mugno – circa cinquanta omicidi eseguiti o decretati alle spalle. Mugno elenca: “associazione di stampo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplodente, furto” tra i reati principe.

Classe 1962, già custode del tesoro di Riina (“è il gioiello di Riina”, secondo il pentito Antonino Giuffrè), ha ucciso amici “traditori” (spaccio di droga) e donne incinta di tre mesi (Antonella Bonomo), e passato giornate intere a rincoglionirsi coi videogames, da “esule”; latitante col padre dal 1993, ha dato chiare indicazioni di voto (Forza Italia: 1994. Servivano “facce pulite per garantire copertura politica” e “cancellare carcere duro e pentiti”: questo dice Sinacori) e chiare idee politiche dice di avere (“Craxi politico di razza”, p. 60: chi vi ricorda?). Sempre a detta di Sinacori, ha sondato la possibilità d'un progetto separatista della Sicilia, con annessione agli States: idea giudicata “fuori tempo” dal mafioso americano Rosario Naimo.

È stato agricoltore dipendente di Pietro D'Alì, stando all'INPS: D'Alì è fratello di Antonio, senatore di Forza Italia. Denaro sembra abbia assunto il comando della provincia di Trapani nel 2001; ha vagliato, a quanto pare, l'ipotesi di commettere attentati contro i monumenti, per costringere lo Stato alle trattative; sarebbe l'ideatore dei mancati attentati a personaggi dello spettacolo, per le stesse finalità; sarebbe la mente degli attentati dinamitardi degli anni Novanta.

Involontariamente e incredibilmente, adesso si ritrova nel novero degli scrittori e dei letterati della città di Trapani. La tradizione, spiega ottimamente Mugno nell'introduzione, include figure importanti come Giovanni Gentile (1875-1944), Virgilio Titone (1905-1989), come il poeta crepuscolare Tito Marrone (1882-1967), il patriota Eliodoro Lombardi (1834-1894), il poeta erotico e civile Giuseppe Marco Calvino (1785-1833): ma l'autore che Mugno va ad assimilare a Denaro è quel rimosso bandito-scrittore, Lo Presti, protagonista di un obliato caso letterario d'una ventina d'anni fa, quando pubblicò per Mondadori “Il cacciatore ricoperto di campanelli” (1990, prefazione di Aldo Busi): romanzo salutato come capolavoro dalla critica, ma subito smarrito nella palude dell'editoria italiana. A questo punto possiamo entrare nel cuore dell'opera: nella trama e nello stile delle cinque lettere. Vanno dal primo ottobre 2004 al 28 giugno 2006.

Prima sorpresa: Messina Denaro ha letto Pennac, e si identifica col capro espiatorio per antonomasia, il signor Malaussène: “Di me che dire. Non amo parlare di me stesso e poi oramai è da anni che sono gli altri a parlare di me e magari ne sanno più di me medesimo; credo, mio malgrado, di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto, ma va bene così, sono un fatalista e penso che era tutto scritto così, un uomo non può cambiare il proprio destino (...)” (p. 52). La punteggiatura è sballata, ma il concetto è abbastanza limpido: Denaro si sente a posto con la coscienza e scrive di aver “vissuto da uomo vero”. In ogni caso, di sé dice: “Io sono il niente, un perdente” (p. 56): un niente sempre a disposizione degli amici. Si sente “un buono a nulla che se ne intende un po' di tutto” (p. 74): la lettura è il suo passatempo.

Seconda sorpresa: ha letto male Kant, e vuole farne indirettamente partecipe Svetonio: “passo ai nostri discorsi ringraziandola aprioristicamente per non avermi dimenticato, le sono moralmente grato di ciò” (p. 53).

Terza sorpresa: ha deciso che “Svetonio” sia il nome in codice del suo corrispondente. Ha letto il “De Viris Illustribus” o il “De Vita Caesarum”? In questo caso, sta forse insultando il suo referente. Svetonio è l'archetipo dello storico fazioso e partigiano, capace di dare peso ai pettegolezzi e agli aneddoti, e di farne materia storiografica. Se Messina Denaro è così sottile da prendersi gioco del suo referente, abbiamo di fronte una mente alimentata da grandi letture. Possibile? Che non sia un latinista lo dimostra “in media stat virtus” attribuito a Orazio (per “est modus in rebus” o per lo scolastico “in medio stat virtus”): a meno che non volessere dire che “la virtù sta nei mass-media”, l'errore non è marginale.

Quarta sorpresa: ha letto qualcosa di Virgilio: almeno l'“Eneide”. “E non soltanto per timore dei greci e dei loro doni” (p. 59) calca il “Timeo Danaos”, ovviamente; meno ovviamente, “Ho visto ciò che la vita mi ha dato e non ho avuto paura” si direbbe alterare “Vixi, et quem dederat cursum fortuna peregi”.

Quinta sorpresa: ha letto un militante comunista come Amado: “Non c'è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica” (p. 60), scrive, assimilando forse il suo esilio a quello dello scrittore. Si sente un idealista, un uomo del vecchio tempo, estraneo alla globalizzazione (p. 60).

Sesta sorpresa: ha letto un ideologo comunista come Tony Negri, altro ex esule, e ne condivide le posizioni: “la giustizia italiana è marcia e corrotta dalle fondamenta”, p. 61. Che strano lettore.

Ultima sorpresa: ha perso la fede, spera soltanto di morire “da uomo giusto” (p. 58), con dignità (p. 68). Si è sentito disperato, condannato all'inferno, e sempre solo è rimasto. Non crede nell'aldilà, e non si convertirà.

Molte questioni ci interessano marginalmente (per la zona di Alcamo se la sbriga lui, p. 54; ha le persone adatte, p. 54; per il discorso Anas ha l'imprenditore adatto, p. 54; p. 64; eccetera), altre sono state materia per gli inquirenti (dichiara di poter ricevere una lettera entro il 20 dicembre o il 20 aprile, non oltre: cambia casa, quindi, e cambia anche “postino”, cfr. p. 55 e p. 65; oppure, saluta in Craxi un politico di razza, lamentando l'antimafia, p. 60; ancora, si lamenta dei collaboratori di legge, p. 62).

La migliore battuta è riservata a Berlusconi: “Volgare venditore di fumo”, dice il capo della Mafia (p. 70). Forse qualcosa è andato per il verso storto, rispetto ai programmi o agli accordi: chissà!

L'epistolario si conclude quando Messina Denaro comunica a “Svetonio” che Provenzano, inspiegabilmente, aveva conservato tutte le sue lettere: e così, come sappiamo, adesso si trovavano nelle mani degli inquirenti. Non si fa così, dice il Boss, io le lettere le brucio sempre. Denaro annuncia che la loro corrispondenza si spezza, e invita Svetonio a vivere in trasparenza, come se nulla fosse.

Bel documento. Zero dal punto di vista letterario, qualcosa sicuramente dal punto di vista dello studio della comunicazione mafiosa – vere o false che siano le lettere. Pagherei oro per vedere quel che gli scriveva “Svetonio”: così, purtroppo, la decifrazione è necessariamente poco plausibile e incompleta. Peccato. Ma il testo prende e va in biblioteca, in ogni caso, assieme al notevole apparato critico e biografico di Salvatore Mugno.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Matteo Messina Denaro (Trapani, 1962), bandito, mafioso.

Matteo Messina Denaro, “Lettere a Svetonio. Il capo di Cosa Nostra si racconta”, Stampa Alternativa, Viterbo 2008. A cura di Salvatore Mugno. Contiene un album fotografico. Postfazione: “Matteo Messina Denaro, una vita all'inferno”, sempre a firma Mugno.

Gianfranco Franchi, marzo 2009.

Prima pubblicazione: Lankelot.

Cinque lettere firmate da un’odiosa personalità dei tempi nostri: assassino, superlatitante, erede di Riina e Provenzano, ricercato dalle polizie di tutto il mondo, Messina Denaro si firma “Alessio” e scrive al vecchio amico Tonino Vaccarino, alias “Svetonio”. Chi è Svetonio? È l’ex sindaco di Castelvetrano, patria di Denaro; collaboratore, a quanto si può capire, dei Servizi Segreti.