Cristiano Ferrarese e il suo Genoa

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Cuore rossoblu, classe 1970, Cristiano Ferrarese, da Busalla, scrittore caro a Cristina Tizian [sotto la sua direzione ha esordito in Hacca, dieci anni fa, pubblicando due dei tre pannelli della “trilogia dei matti”: cioè “1967” e “1976”], ha avuto poco tempo fa una singolare soddisfazione – il Genoa ha salutato la pubblicazione del suo nuovo libro con un articolo pubblicato sul sito ufficiale [qui]. Non poteva non essere lui il primo ospite genoano del nostro Caffè Sport.

Cristiano, 120 anni fa il Grifone ha conquistato il primo dei suoi nove scudetti. A quando il decimo? Cosa manca per l’agognata stelletta? Chiudi gli occhi e raccontami che succederà quel giorno…

Grazie, innanzitutto, per mettermi con le spalle al muro di fronte alla mia unica e malsana fede…

Pippo Spagnolo, uno dei grandi tifosi genoani, diceva: “Sei genoano e vuoi anche vincere?”… mi sembra che così potrei cavarmela alla grande e non aggiungere altro ma essendo “ottimista per disperazione”, come ripeteva Leo Ferrè, chiudo gli occhi e immagino il Tempio (Marassi) al novantacinquesimo di un’ultima giornata di un presente eterno (queste cose succedono solo in un presente eterno)… due punti ci dividono dai ciclisti (la Sampidoria del quartiere di Sampierdarena), stiamo pareggiando ma dobbiamo vincere assolutamente per arrivare a pari punti e superarli per la differenza reti… non vedo le facce di chi gioca anche perché ho gli occhi chiusi (sto pregando mia nonna e mio zio come ho fatto per tutti i minuti delle partite contro Inter e Torino dello scorso anno)… prima un silenzio terrificante (come canterebbe Faber, grande anche perché malato di Genoa) e poi un boato irripetibile… apro gli occhi, ha appena segnato Diego Milito su passaggio di Pato (Aguilera)… Bagnoli piange… insieme a lui il Professore (Scoglio), il Capitano (Signorini) e Fabrizio (Gorin)… sugli spalti vedo Faber e Vittorio (Gassman), Frank Sinatra e Calindri (che quando andava al programma di piangina Fazio portava una sfiga tremenda) mentre l’unico presidente, Sandro Pertini, fa la ola… tutti piangiamo… è il momento della Stella… è il momento del non ritorno… è il momento dell’eterno riposo… dei ciclisti…

Raccontami il tuo esordio al Ferraris: che stagione era, in che settore stavi, chi ti accompagnava, cosa ti è rimasto impresso di quell’avventura…

Io sono diventato genoano nel 1987, per caso, forse, e sicuramente perché doveva succedere. Sono cresciuto “gobbo”. E la prima volta a Marassi (il vecchio Marassi) è stato per un Sampdoria-Udinese di cui ricordo un marziano di nome Zico. Ho visto per la prima volta il Genoa nel derby di ritorno del 1992, l’anno dell’Uefa (2-2). Ero in tribuna (aveva pagato la nonna del libro) con un amico… è stata un’esperienza straniante, quasi catartica.

Da qualche anno sei tornato a vivere in Inghilterra: che significa tifare Genoa da Bristol? Sei riuscito a coinvolgere qualche aborigeno e a convertirlo al culto di Zena? Come ti organizzi per le partite?

Per me il Genoa è una pratica ascetica personale, quindi non riesco a fare del proselitismo… una malattia da tenere sotto controllo tra disperazioni (tante) e gioie (poche)… ogni partita è una salita al mio personale Monte Carmelo… guardo le partite al pc e a seconda della precedente decido se farlo seduto o in piedi (è anche l’unico momento in cui non guardo tre film o programmi contemporaneamente, non ascolto musica, scrivo e leggo come di solito faccio), mi vesto o no di una felpa o di una maglietta in relazione ad un mio presunto convincimento circa la maggiore fortuna o sfortuna… in passato è stata una sofferenza allucinante, l’anno scorso uno schifo senza fine, quest’anno una sorta di risurrezione… ma per me è partita ogni giorno, tra il muro dei grifoni e il muretto di un altro sito, “pianeta genoa” e “genoa news”…poi dopo la partita ascolto i commenti su Radio Nostalgia… tutto in un eterno ritorno nietzschiano… poi, se vinciamo, è un momento di beatitudine che dura una settimana mentre se perdiamo basta leggere la mia bacheca su facebook…è una fatica essere genoani… immane ma piena di pochissimi ma duraturi orgasmi plurimi.

Quali sono stati i tre giocatori del Genoa che hai più amato, nel corso del tempo? In chi ti sei più identificato, e perché?

Carlos, Pato, Aguilera… l’anarchia pasoliniana contro il Potere, il puttaniere e la pura anarchia.

Thiagone Nostro… Thiago Motta, la cattiveria, la garra, il non aver paura di niente, a testa altissima con Ibrahimović.

Diego, Gesùbambino, Milito… lo yin e lo yang, il giorno e la notte, la poesia che è prosa che è corpo che è spirito… l’Arte.

Il vostro vecchio mister, Franco Scoglio, una volta ha detto: “Il Genoa è una cosa particolare: ha un Dio tutto suo”. Diamo un nome a questo Dio, cerchiamo di capire chi sono i suoi profeti e quali i riti necessari per soddisfarlo…

Penso che sia il Dio di chi sta sempre in “direzione ostinata e contraria” (ritorna sempre Faber)… il Dio di chi si sente sempre fuori posto… il Dio di chi deve ripartire ogni giorno… il Dio che una gioia è sempre vissuta come la prossima sfiga e così via… il Dio della sofferenza che è felicità che è orgasmo senza fine.

I miei profeti? Scoglio, Bagnoli, Gasperini e Ballardini.

I riti? Cambiano a seconda del mio presunto sentimento interiore… mi vesto di maglia, felpa e altro se vinciamo o pareggiamo… se l’aria gira non indosso nulla… decido se vedere in piedi o no la partita davanti al computer in relazione al fatto che prendiamo o no goal nella posizione in cui mi trovo… chiedere a mia nonna e mio zio intercessione la sera prima della partita (o anche durante… ascoltare o no online radio Nostalgia (radio genovese-piemontese), togliendo il sonoro di Sky con il problema di avere sfasati di pochi secondi sonoro e immagini. Come diceva il compagno Bill Shankly, allenatore-totem del Liverpool, “alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Sono molto deluso da questo atteggiamento. Vi posso assicurare che è molto, molto più importante”.

Torniamo negli anni Settanta, al massimo nei primi Ottanta. Cristiano e le figurine Panini: raccontami qualcosa di quando hai quasi finito l’album, di un calciatore-chimera e di una figurina che magari ti è rimasta più impressa…

Sinceramente non ho nitidi ricordi di quei periodi… ho molti flash e provo a metterli insieme… ricordo di aver comprato molte figurine, di averne trovate miriade di doppie, di averne scambiate e di averne vinte o perse, giocando in modi diversi… non credo di aver mai finito un album dei calciatori ma di esserci riuscito con uno degli animali…

Nel tuo ultimo romanzo, “Mi chiamo Cristiano Ferrarese, ho 44 anni e mi sento una persona fortunata”, pubblicato dalle Edizioni del Galeone, ricordi il gol di Tomáš Skuhravý contro l’Oviedo. Raccontacelo. Raccontaci il gigante ceko.

Ricordo che ho pianto a lungo per la gioia e per scaricare la tensione. Era il 3 ottobre 1991, due giorni prima del mio ventunesimo compleanno. Stavo guardando la partita nel cucinino su una piccola televisione… emozioni senza fine… nel primo tempo segna Gesù Bambino Tomáš, gli spagnoli pareggiano per uno scontro tra Braglia, il portiere e Signorini, il capitano. Il secondo tempo è una disegna all’inferno passo dopo passo… rivediamo un poco di luce al 74’, segna Caricola con un tiro da fuori area poi… all’89’ Ruotolo crossa e Gesù ascende al cielo e colpisce di testa… 3-1 e avanti tra rischio d’infarto e lacrime copiose.

Tomáš Skuhravý è stato semplicemente Gesù Bambino, perché ha aperto una strada, abbiamo iniziato a vedere la luce dopo anni di buio senza fine, abbiamo attraversato il deserto e abbiamo raggiunto la terra promessa del 4° posto e della semifinale Uefa.

Roberto Pruzzo, Carlos “Pato” Aguilera, Diego Milito: tre centravanti incredibili del Grifo. A chi sei rimasto più affezionato, e perché? Che cosa hanno avuto di particolarmente e chiaramente genoano, uno per uno?

Non ho mai avuto molta simpatia per Pruzzo e poi il fratello Marco, detto “Filini”, casellante all’autostrada, che conobbi una sera nel 1985 al concerto di Dylan all’Arena di Verona e che giocava in Prima Categoria, si diceva fosse molto più forte.

Pato è l’anarchia finalmente al potere, la furbizia e la tecnica, la poesia che vince la ripetizione esasperata dello stesso atto…è Pato, il puttaniere…Pato che segna una doppietta ad Anfield il 18 marzo del 1992…è genoano nel non essere gestibile e spiegabile.

Diego arriva quando siamo in B, saliamo e poi c’è la storia della valigetta… prima la C e poi la B… poi il contratto gettato all’ultimo secondo, la cavalcata che ci porta in Europa League (anche perché ci rubano la Champions, forse perché la Fiorentina era ed è più simpatica e ammanicata)… Diego è il cervello applicato alle gambe e alla tecnica… è gioia per gli occhi e pace per l’anima… è pura intelligenza pratica… è genoano nell’attesa di diventare un grande riconosciuto da tutti (se non fosse tornato da noi, con il cazzo che vinceva con l’Inter).

Cos’è, per te, la Sampdoria? E cosa hai provato al gol di Koeman, il 20 maggio 1992?

La Sampidoria è la squadra composta da ciclisti di un quartiere di Genova, Sampierdarena… niente di più e niente di meno. Koeman è un santo e sarà sempre nelle mie preghiere ma il più presente è San Mauro Boselli, “il Retrocessore” dopo il goal segnato nel derby dell’8 maggio 2011, al 91’…mandarli in B all’ultimo secondo, in dieci contro undici… che cosa un uomo può volere di più?

Cosa conservi del tuo passato da tifoso al Ferraris? Sciarpe, bandiere, cappellini, vecchie magliette… hai qualche feticcio, a casa, o qualche amuleto che viene da quei giorni? Raccontaci…

Vediamo il campionario:

  • Un K-way originale (appena regalato da sorella genoana e madre ciclista mentre il padre è terribilmente rubentino e ferrarista, il peggio)
  • Due felpe (una “Genoa 1893” e una “Gradinata Nord”)
  • Tre magliette (una “Gradinata Nord”, una “We are Genoa” e una con la “A” nel retro, datata 2005 quando poi siamo stati mandati in C)
  • Una sciarpa
  • La maglia con il numero di Milito
  • Un paio di calzini
  • Due gomme
  • Una penna
  • Diversi libri sulla storia
  • Vari flyer dei derby

Dai, adesso la domanda più difficile. Schierami il tuo Genoa 1970-2018: voglio l’undici titolare, l’allenatore, almeno 8 riserve e il presidente. E voglio sapere con che schema si gioca, e dove si può andare con questa squadra. Da vecchio romanista, mi aspetto di trovarci Nela, Conti e Pruzzo…

La schiero senza pensarci troppo (anche perché se ci penso non ne vado più fuori) con un 4-3-3 che può diventare qualsiasi modulo:

Perin; Criscito (spostato a destra), Torrente, Signorini (capitano, per sempre), Branco; Marco Rossi, Thiago Motta, Mario Bortolazzi; Pato Aguilera, Tomáš Skuhravý, Diego Milito.

Gli altri otto: Braglia (per Liverpool), Ruotolo, Caricola, Eranio, Bruno Conti (era già fortissimo quando giocò con noi ma non ancora il titano che diventò), Perotti, Palacio, Pruzzo. Allenatore, l’Osvaldo (Bagnoli) della Bovisa. Presidente, Renzo Fossati (di un Genoa veramente povero).

Nela rimane fuori perché non ho grandi ricordi di lui. Con questi si vince la stella e si lotta per la Champions e soprattutto non bastano due Marassi ogni partita.

PS: Semifinale d’andata Genoa- Ajax, 01-04-1992…sto studiando all’università a Padova, torno a casa di corso, ritardo pochi minuti, siamo già 0-1 (ha segnato Patterson), prendo a calci la porta della cucina fino ad entrarci con un piede.

PS 2: Dedico il 2018 e il 2019, tra l’altro, alla lettura della storia del Genoa per ricavarci una narrazione tra voci, video e suoni alla Buffa che vorrei portare in scena nel 2020.

Gianfranco Franchi, maggio 2018.

Prima pubblicazione: Mangialibri, “Caffè Sport”.

Per approfondire: FERRARESE in Porto Franco.

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