Renato Rinaldi, da Portole. Poeta istriano

“Avara fu la vita a Renato Rinaldi” – scriveva Paolo Blasi – “ma la sua poesia lascerà luminosa la ricordanza nelle lettere istriane”.

“Renato Rinaldi nacque l’8 aprile 1889 a Portole, la borgata solitaria e ridente che s’affaccia sulla valle del Quieto. Era figlio di Maria Dell’Osto e di Matteo, segretario comunale. Frequentò il Ginnasio di Capodistria per soli quattro anni poiché, pur di spiccata intelligenza, non soffriva la disciplina scolastica che implicava un lavoro metodico. Non ancora diciottenne, si ritirò nel suo paese, dove ‘nelle estasi delle aurore e dei tramonti istriani benigna e feconda gli arrise la musa’. Nel 1909 si trasferì a Pola e vi intraprese la carriera giornalistica…”

“Accolto nella redazione del ‘Giornaletto’ di Giovanni Timeus, diresse dal marzo al giugno 1911 il periodico irredentistico ‘La Fiamma’. Svanita la speranza di una migliore occupazione a Venezia, entrò nel ‘Piccolo’ di Trieste a ricoprire un modesto incarico redazionale. Pubblicò una preziosa raccolta di versi in due riprese, i ‘Canti’ e le ‘Vecchie arie’, salutate dalla stampa con entusiastico favore, e le tre prose, ‘La parabola della fiamma’, ‘Il ritorno’, ‘Tusneda’, utile conferma ai temi della sua poesia”. “Al riacutizzarsi della tisi che l’aveva colpito – continua P. Blasi – “si rifugiò nella natia Portole e vi morì il 6 marzo 1914. L’umana intolleranza gli concesse solo funerali civili”.

Una vita, quella di Renato Rinaldi – aggiungerei – vissuta, da istriano e da italiano, tutta sotto amministrazione austriaca; 25 anni di vita, 1889-1914, nel sogno del ritorno del Leone di San Marco nella natia Portole. Mancò uno sbuffo a realizzare quel desiderio, desiderio così tante volte espresso da Rinaldi e in generale dalla nostra gente, durante i 120 anni circa di dominazione asburgica, una dominazione sentita come una parentesi tra i 600 e più anni di Venezia e l’Italia. L’Italia che chiamava, l’Italia che doveva tornare.

Come scriveva il poeta Rinaldi, da Portole? Da allievo del Pascoli, riconosceva il professor Ferdinando Pasini, di Pola.

Silvio Benco, sul “Piccolo”, osservava che sì, il poeta ragazzo, il poeta Rinaldi era pascoliano, e tuttavia “Il sentimento è suo, è del Rinaldi; è suo quel modo poetico così pieno e completo che abbiamo ammirato nella sua testa: un mondo di paesaggi istriani, di sensazioni istriane, di vita intima istriana, che non ha nulla a che fare con la pascoliana Romagna e che il giovane poeta ritrova tutto intorno a sé […]. Sembra rivivere al cospetto e nell’intimo di quei paesi istriani, che noi abbiamo così vicini e famigliari e che tuttavia fino a pochi anni or sono erano stati ritratti e cantati così accademicamente”.

Come scriveva il poeta Rinaldi, da Portole? Così:

“Io vidi dal mio monte il mio paese / e ne conobbi i prati e le arature: / vidi le ville tacite, le chiese / le vette pure. / Paese mio, io ti vidi dentro il mare. / Cerulo il cielo, l’aria era tepente: / Io vidi le tue terre digradare / verso occidente” [da “Monte Maggiore”].

Scriveva come un mistico, un ruvido mistico istriano. “Io sono quel che niente vuole o brama / Io sono un occhio tondo bianco bianco / che specchia tutto e niente può vedere. / Io sono l’Insensibile che guarda” [da “Lo stagno”].

Ruvido mistico istriano, così: “Più che d’incenso sa di salvie e mente / la chiesetta. Scurisce già… / Qui già dorme la piccola campana. / Entra per le finestre a pena un raggio / e illumina l’altar di luce strana. / C’è fra quei santi ruvidi, di faggio, / un sogno eterno…” [da “La chiesa solitaria”]

E come scriveva della madre Istria? Così: “Te Istria mia de le borgate chiare / te che su l’aspro ma ancor nostro mare / confondi con le vele de’ fratelli / de l’altra sponda le tue vele gialle / tutta in un vespro circonfuso d’oro / di correre pensai da cima a valle, / fino all’immenso pelago canoro” [da “Gli aspettanti”].

O così, quando la Musa era la dolce e antica romana Pinguente: “Bianche sul monte allinei / come a verde orlo tante pecorelle, / Pinguente nostra. Un gran dolor m’invase /quando – di stelle / trapunto il cielo come in una grana / io lasciai Montona oltre le spalle / e giunsi tutto solo alla Fontana / lungo la valle”.

Pinguente, glossava Blasi, è il ‘dolce paese’ che anche un unico fiore fa sembrare giardino. Il mattino la tinge d’oro e di rosa. Da quelle parti, dalle ‘sorgive piane’, scaturisce il fiume Quieto: di fronte allo strapiombo del monte, nella notte stellata ‘trapassa e romba / il treno – una stellante scia di lumi”.

Che difetti aveva Rinaldi? Secondo Bruno Maier, l’estetismo e il frammentismo (“la discontinuità dell’ispirazione”). Paolo Blasi non ha dubbi: “Chi desideri penetrare nell’Istria interiore può arricchirsi ancora con i ‘Canti’ e le ‘Vecchie arie’ del poeta di Portole”.

Addirittura. Bene.

Cosa ne è oggi del poeta Rinaldi? Io immaginerei una statua là nel suo borgo, con qualche suo verso. Una statua, o almeno un busto, magari con lo sguardo rivolto a quella meravigliosa campagna. Immaginerei diverse edizioni italiane, l’ultima magari una “bianca” Einaudi, con la curatela di un bravo poeta triestino come Luigi Nacci o come Claudio Grisancich, o di un istro-romano come Gianclaudio De Angelini; e magari la postfazione di qualcuno tanto sensibile alla causa della nostra gente. Qualcuno che sappia ricordarla a tutti gli italiani, che sappia restituirla e contestualizzarla. Invece? A Portole niente busti e niente statue, e niente saluti dall’editoria italiana, figurarsi; l’ultima edizione dei “Canti” è una Fratelli Niccolini, Pola, 1910, “Vecchie arie” è una Silvio Volpi, Pola, 1912. Poi… silenzio.

L’IRCI ha patrocinato in compenso la pubblicazione della appassionante, completa e metodica opera critica di Paolo Blasi, nel tempo; è stata stampata in più volumi. Quello dedicato al periodo del poeta di Portole è: Paolo Blasi, “Poeti dell’Istria alla fine di un’epoca (1870-1914), Italo Svevo, Trieste, 1999. Le pagine dedicate a Rinaldi sono complete di una buona bibliografia. Sono un buon punto d’inizio per tutti quanti. Dove trovare Blasi? Scrivete alla nostra segreteria [irci@iol.it]. Andate in biblioteca [dove sta Rinaldi? Consultate il sito “OPAC SBN”…]. Andate per mercatini, per rigattieri, per librerie di modernariato [consultate “Mare Magnum”]. Oppure, andate a Portole, borgo istriano, segnato e infestato oggi come sempre dalla nostra millenaria presenza. Andate, e a un tratto, voltato l’angolo, tra una casa in rovina e una siepe…

G. Franchi, 27 gennaio 2021

Prima pubblicazione: pagina fb IRCI