Tra Mosca e Petuški

Tra Mosca e Petuški Book Cover Tra Mosca e Petuški
Venedikt Vasil'evič Erofeev
Fanucci
2004
9788807530098

Che bello se tutto il mondo fosse come sono io adesso, acquietato e intimidito, e come me privo di qualsiasi certezza di sé o del proprio posto sotto il sole! Né entusiasti, né eroi, né invasati: una universale pochezza d’animo. Acconsentirei a vivere sulla terra per un’intera eternità se prima mi si mostrasse anche un solo angoletto dove non sempre c’è spazio per gli eroi” (V.Erofeev, “Tra Mosca e Petuški”. Mosca. Ristorante della stazione di Kursk).

Mario Caramitti, nella postfazione al romanzo, così presenta l’opera: Una narrazione onnicomprensiva lunga cento paginette che tratta fondamentalmente del senso dell’esistenza, e poi della Russia, dell’arte e di Dio. Cento paginette scritte a trent’anni, e poi in sostanza nulla più. Erofeev ha concentrato in un unico testo la sua enciclopedia, il suo vangelo e il suo testamento”.

Tra Mosca e Petuški” è il libro di uno scrittore che non conobbe fortuna letteraria in vita, e che condannò la sua esistenza alla stessa ombra che riservò al suo manoscritto: indifferente e infastidito dal regime sovietico l’artista, clandestino il suo romanzo (poema, in accezione gogoliana) sin dalla prima stesura, risalente al 1969. Erofeev è, a quasi quindici anni dalla sua morte, uno degli autori maggiormente apprezzati nella nuova Russia: per via di questo stravagante, allucinato e profondissimo libro che è un atipico romanzo di de-formazione e trasformazione.

Passati i trenta anni, il protagonista (che singolarmente coincide con l’autore e il narratore) vive un’intensa attività d’osservazione, interiorizzazione e analisi d’una realtà lavorativa, sociale e politica che lo avvelena e lo intossica: unica via per mitridatizzarsi al sistema è il paradiso artificiale dell’alcol, accompagnato dalla splendida frequentazione di buona letteratura e oscurato da visioni e allucinazioni sempre più estreme e aggressive.

È un romanzo di de-formazione, perché il dolore e l’insofferenza nei confronti d’ogni cosa frantumano l’identità e corrodono la percezione della realtà: è un romanzo di trasformazione, perché le voci interiori che guidano l’artista si impadroniscono della sua vita e ne decidono la rotta e ne determinano le prospettive. Questa è la ragione per cui si concorda con Caramitti quando, nella postfazione, punta il dito sulle grottesche speculazioni di quella critica e di quel pubblico che ha inteso esaltare l’aspetto, diciamo così, più vivacemente etilico del testo: “Tra Mosca e Petuški” non è un panegirico degli alcolici, è la narrazione e la rivelazione del mondo interiore di un’anima che sublimava angoscia e inconcludenza con un’esasperata assunzione di alcol.

Ciò non significa che non si avverta e riconosca gioia nel vizio: Erofeev è deliziato dalla sua dipendenza dalla vodka, e giustamente non va ad additarla come causa della sua condizione. Sarà forse superfluo ribadirlo, ma mai come in questa circostanza sembra opportuno notare che gli eccessi del protagonista sono un effetto d’un malessere che affonda altrove le sue radici.

Non stupisce allora che i detestati leader del regime sovietico vengono condannati a una puntuale damnatio memoriae: sono presenti sullo sfondo ma mai nominati, sono responsabili del tracollo e dell’abbrutimento d’una popolazione che non riconosce più il suo spirito se non nella propria tradizione letteraria ottocentesca e d’un insolente ostracismo regolarmente esercitato nei confronti del diverso, del non omologato al regime, dell’eretico del dogma.

Erofeev incarna e rappresenta l’inquietudine e l’anomia del cittadino: precipitando in un’abulica interpretazione dell’esistenza, risolvendosi ad abitare, in un certo senso, un mondo d’un solo abitante, un esclusivo dominio dell’immaginazione e del pensiero. Trionfano, sin dal principio, i paradossi: Erofeev, pur lavorando a Mosca, non ha mai visto il Cremlino: e ogniqualvolta s’è deciso a cercarne tracce, non è mai riuscito a trovarlo. Si perde, e spesso dimentica perfino cosa abbia bevuto. Prova “pena e paura”: pena e paura sono i sentimenti predominanti. È un “malato nell’anima”.

Licenziato da una settimana da caposquadra, a neppure un mese di distanza dalla nomina, è incapace di provare amarezza o rancore autentico per l’accaduto. Tutto quel che riguarda l’alterità scivola addosso a Erofeev. Ha smarrito interesse per le consuetudini, le regole e le gerarchie del sistema. È, a ben vedere, semplicemente un clandestino in patria. Ascolta le voci degli angeli, durante il suo viaggio tra Mosca e Petuški, mentre medita e riflette a proposito dell’arte, di Dio, dell’esistenza, della letteratura e degli alcolici; e convergono, nella narrazione, memorie, visioni e surreali incontri.

A Petuški, 115 km a est di Mosca, lo aspettano una compagna e un bambino: ma questo non è un viaggio destinato alla quiete e alla pace. L’atmosfera maledetta e sulfurea di certi frangenti del “Maestro e Margherita” di Bulgakov, appena attutita da un’ironia e da un sarcasmo talmente generalizzato da apparire cinismo e disperazione, cresce e s’infiamma fino a esplodere nel delirio della mistica allucinazione finale.

La traduzione di Caramitti tenta di mantenere la vivacità e la ricchezza d’una lingua contrastata ed effervescente, densa di termini colloquiali, di adozioni del parlato, richiami letterari e riferimenti precisi e cifrati alla contemporaneità. Il viaggio d’un’anima si confonde con quello d’un cittadino: l’immaginazione combatte la realtà, i sogni si smarriscono nel grigiore d’una esistenza che il regime disumanizza e automatizza, il delirio etilico sublima le reminiscenze letterarie. “Tra Mosca e Petuški” non è un capolavoro, farraginoso, nebbioso e sconquassato com’è: ma è l’emblema d’un momento tragico della storia del popolo russo, e la fedele rappresentazione del disordine e della visionarietà d’un genio.

[…] sono malato nell’anima, anche se non lo do a vedere. Perché da quando ho memoria di me stesso non faccio altro che simulare la salute mentale, ogni istante della mia vita, e per farlo consumo dalla prima all’ultima tutte le mie energie, mentali, fisiche, e chi più ne ha più ne metta. È per questo che sono noioso… tutto ciò che quotidianamente vi interessa mi è oltre ogni misura estraneo. Sì. Ma di quello che interessa me, mai a nessuno ne farò parola. Può darsi sia per la paura di passare per sciroccato, o per altro ancora forse, ma mai sentirete una parola, non una” (V. Erofeev, “Tra Mosca e Petuški”. Nikol’skoe / Sal’tykovskaja )

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Venedikt Erofeev (Ĉupa 1938/ Mosca, 1990), scrittore russo.

Venedikt Erofeev, “Tra Mosca e Petuški”, Fanucci, Roma, 2003. Traduzione dal russo, postfazione e cura di Mario Caramitti.

Prima edizione “underground”: Moskva – Petushki. Circolazione di copie clandestine tra 1969 e 1970 (fonti discordanti).

Prima edizione italiana: “Mosca sulla Vodka”, Feltrinelli, 1977.

Gianfranco Franchi, dicembre 2003.

Prima pubblicazione: Lankelot.