Sentimenti sovversivi

Sentimenti sovversivi Book Cover Sentimenti sovversivi
Roberto Ferrucci
ISBN Edizioni
2011
9788876382857

Diario tardivo, provinciale e retorico di una disastrosa, depressiva e umiliante stagione politica – quella dell'Italia forzista, a un passo dal tracollo, a un soffio dal ventennio – “Sentimenti sovversivi” è un libro scritto con dignità, angoscia e sentimento ma con una differita abbastanza eccessiva. L'attacco frontale al berlusconismo andava pubblicato almeno quindici anni fa: almeno dieci anni fa: almeno cinque anni fa. Addirittura almeno tre anni fa. Adesso è un po' superfluo: peraltro è un po' troppo facile. Comodo non ancora: il sultano sta ancora là, il potere della sua famiglia e dei suoi scherani fa ancora paura, le sue televisioni provvedono alla causa con la potenza e l'invadenza di sempre, il parlamento obbedisce ai comandi, somaro. Comodo no, insomma, questo attacco. Ma facile sì – perché è stato detto tutto, ormai, in tutte le salse, in tutti i contesti, cinematografici, narrativi, saggistici: italiani, europei, occidentali. Cosa aggiunge con questo librotto il cinquantenne Roberto Ferrucci, da Marghera, alla comprensione, alla denuncia e alla soluzione del berlusconismo? Un po' di bella scrittura. Che non guasta, intendiamoci. Ma non è abbastanza. E forse non serviva.

“Sentimenti sovversivi” [Isbn, 2011] è ambientato tra le palme e il mare di Saint-Nazaire, nella “California bretone”, a millecinquecento chilometri di distanza dalla casa dell'autore, Venezia. L'artista, nuovamente ospite di un luogo che sinceramente ama, sedotto com'è dalla sua bellezza e dalla civiltà dei transalpini, non riesce a trovare, per il suo nuovo libro, argomento diverso dall'antiforzismo: nonostante la splendida cornice in cui è ospite, complice una fondazione letteraria amica, Ferrucci è intossicato dalla frustrazione e dalla delusione d'essere italiano in epoca berlusconiana. E così scrive il suo pamphlet: un pamphlet politicamente debole e davvero ingenuo, ma forse per questo più umano e immediato.

E alè, bordate contro la Lega, partito che “qui la stampa intera definisce sempre nella sua vera essenza: partito populista e xenofobo” [p. 24], e contro gli operai italiani, che a dispetto degli scarsi stipendi “non esitano a votare con convinzione per un multimiliardario di losca provenienza. Operai che, soprattutto, si identificano con lui” [p. 24]; bottarelle retoriche ai giovani italiani, disinteressati alla politica, a differenza dei cugini francesi: “è quando i giovani non la seguono più, che va a finire come in Italia” [p. 31]; e battutelle contro cemento selvaggio, ma a livello di slogan: “[...] È il risultato della cementificazione selvaggia del territorio, in un paese dominato dai palazzinari, il cui primo rappresentante è diventato addirittura capo del governo” [p. 56].

E alè, angoscianti spaccati della quotidianità di Jesolo, culla delle ronde leghiste (“Le hanno inventate lì, le ronde padane, nel 1998, e magari ne vanno pure orgogliosi, di questo record. Laggiù, la caccia ai venditori ambulanti incomincia subito, fin dal mattino [...]”) [p. 60], e curiose meditazioni sulla differenza tra Italia e Francia: Ferrucci, un po' dimentico del grottesco impatto che può avere sul pubblico di media intelligenza una coppia come Sarkozy e Bruni, e delle sinistre vicende che sembra proprio stiano emergendo nel caso Bettencourt, e non da ieri, ci dice sic et simpliciter che “ciò che da noi fa indignare (pochi), provoca rabbia (pochissimi), fa venir voglia di rivoltarsi (quasi nessuno), ai francesi, d'istinto, fa sorridere. A volte ridere. L'Italia, vista da fuori, è un paese ridicolo, oggi” [p. 77]. Beh, buongiorno. Oggi?

E alè, inquietanti consapevolezze forse leggermente esasperate dal malessere interiore: “Qui, chi sbaglia paga. Nel mio paese, invece, viene osannato e premiato. E nel mio paese, la persecuzione del diverso è un dato di fatto, praticato nell'indifferenza quasi totale. Peggio: con il consenso quasi totale” [p. 78], e già, si va a un passo dalla paranoia. E non mancano poi amarcord dell'agghiacciante alleanza tra Berlusconi e Gheddafi [p. 113], con tanto di accenno all'episodio delle gheddafine, e tutte le inquietudini del mondo per le morbose vicende private del signore che ci governa. Ma insomma, che dire: acqua fresca. Niente di nuovo. Non è nuova la rabbia, non è nuova la paura, non è nuovo il dissenso, non sono nuove le argomentazioni. Non c'è niente di nuovo.

Cosa c'è di nuovo, politicamente? Che da una persona così sensibile nei confronti della farsa della propaganda di un regime come il nostro non ci si attende un peana nei confronti del capo di un regime come quello statunitense: già, Ferrucci è curiosamente convinto che l'elezione di Obama sia stato un fatto epocale. Le ragioni? Una sola, dominante: Obama è afroamericano. Bastasse questo, Ferrucci. Bastasse questo, magari. Diciamo che Obama è uno dei pochi Nobel per la pace che hanno mantenuto o avallato qualche guerra imperialista qua e là nel mondo, prima e dopo la sua nomina. E non ha mica finito, a un anno dalla fine del suo mandato, di muovere aeroplani e soldatini di qua e di là. Ma per Ferrucci è tutta un'altra storia: la serata della nomina di Obama è stata “memorabile”, lui sogna che l'Italia sia un paese da “Yes we can” (e Veltroni ci ha provato, a dirla tutta, ma era un po' buffo e tanto, tanto provinciale), e ci ricorda che il presidente yankee ci ha detto, il giorno della sua elezione, che “le nostre storie sono diverse ma il nostro destino è comune e una nuova alba per la leadership americana è ormai a portata di mano”: che è un concetto angosciante, su, e non serve spiegare perché, ma per Ferrucci no, è emozionante. Gusti. E Ferrucci maledice Berlusca che quella sera, la sera dell'epocale nomina di Obama, invece di bersi le nuovissime frescacce della nazione padrona del mondo, come il suo ruolo avrebbe pure imposto, “dentro a un palazzo di Roma scopava con delle puttane”. Va bene.

Condiscono la narrazione battute sull'Italia perduta, nostalgia piccolo borghese per gli anni delle ferie e delle villeggiature, per le mamme italiane che potevano stare in casa e badare a tutto perché i papà guadagnavano abbastanza pur facendo gli impiegati, nostalgia politica per un intellettuale della statura di Berlinguer, una terribile battuta sulla povera San Pietroburgo (Ferrucci dichiara che si “ostina” a chiamarla Leningrado: ma perché?), un'inquietante memoria del suo omaggio al dittatore sovietico Lenin, nel mausoleo (…), qualche carezza di troppo ai cugini francesi, magnificati per qualunque cosa (dimenticando, per dire, l'accoglienza riservata ai terroristi rossi: un po' troppo ospitale, va detto, e giuliva), e tante tenerezze rivolte a una musa, Teresa.

Cosa rimane, al termine del viaggio? Una discreta voglia di visitare le bianche case di Saint-Nazaire, tanta solidarietà per il risentimento e la rabbia dell'autore nei confronti del forzismo e dei forzisti, tanta perplessità per il dubbio tempismo di questa pubblicazione. Cui prodest, nel 2011, un libro come questo? Non è meglio fare politica attiva, piuttosto che trasformare un libro di narrativa in un robusto inserto del “Fatto” o de “L'Unità”? Scrivere bene non vuol dire scrivere qualcosa di necessario. Parlare bene non vuol dire evitare di parlarsi addosso. Una cosa deve fare un grande libro di letteratura: rischiare d'essere originale. Questo invece è un libro pieno di parole già dette, di sentimenti già espressi, di complessi di inferiorità già ampiamente esibiti. Ferrucci dovrebbe puntare molto più in alto. Con diversa freddezza, altra lucidità, ben altra ambizione. In altre parole, con ben altra fedeltà alla grande tradizione della nostra letteratura italiana.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Roberto Ferrucci (Marghera, Venezia, 1960), scrittore italiano. Ha pubblicato i romanzi “Terra rossa” (Transeuropa, 1993) e “Cosa cambia” (Marsilio, 2007). Insegna scrittura creativa all'Università di Padova.

Roberto Ferrucci, “Sentimenti sovversivi”, ISBN, Milano 2011. Bandella di Tiziano Scarpa.

Gianfranco Franchi, luglio 2011.

Prima pubblicazione: Lankelot.