Il pianeta delle scimmie

Il pianeta delle scimmie Book Cover Il pianeta delle scimmie
Pierre Boulle
Mondadori
2016
9788804662532

L’esaltazione che procura un simile spettacolo è indescrivibile: una stella, che fino a ieri non era altro che un punto brillante tra la miriade di punti anonimi del firmamento, si staccò a poco a poco dal fondo cupo, si delineò nello spazio con una certa dimensione: apparve prima come una noce scintillante, poi si dilatò fino ad assomigliare a un’arancia, mentre assumeva un colore ben definito, e infine si fissò nel cosmo con lo stesso diametro apparente del Sole di casa nostra. Un nuovo Sole era nato per noi, un sole rossastro come il nostro al tramonto, e ne sentivamo già l’attrazione e il calore” (Boulle, “Il pianeta delle scimmie”, parte I, capitolo 3).

L’ultima incarnazione di Ulisse è stravagante e fantascientifica: viaggiatore nello spazio, Cassandra della decadenza dell’umanità e mancato Prometeo d’una specie precipitata allo stato ferino. La fantasia del narratore francese Pierre Boulle forgia una visione cupa e disperata del futuro: che si nasconda, nelle sue pagine, un allegorico atto d’accusa alla contemporaneità è probabile, ma non pacifico.

Esaminiamo l’architettura del romanzo. Tutto ha inizio in un futuro non precisato (termine post quem: 3201 circa). Una coppia di giovani ricchi e oziosi, Jinn e Phyllis, veleggia per lo spazio alla larga degli astri abitati, sospinta dall’energia dei raggi luminosi. Vivono in un sistema stellare con tre Soli. Mentre vagabondano, notano un’inconsueta scintilla avvicinarsi, nel vuoto. Si tratta di una bottiglia, ancora sigillata, contenente un manoscritto. Il testo è scritto nel linguaggio della Terra, che Jinn può decifrare grazie ai suoi studi. L’incipit è promettente. “Affido questo manoscritto allo spazio(…) per scongiurare il terribile flagello che minaccia la razza umana”.

Possiamo dunque osservare quanto segue:

a) Il romanzo, narrato da questo punto in avanti in prima persona, è costituito dalle memorie di un narratore non attendibile in quanto unico testimone, unico interprete e unico divulgatore delle sue vicende. Potrebbe alterare la verità o mentire integralmente, a suo piacimento, senza poter essere smentito.

b) Il meccanismo del “manoscritto fortunosamente rinvenuto” rimane un (felice ed accattivante) topos nell’architettura delle opere letterarie.

Dimentichiamoci dunque di Jinn e Phyllis, figure semplicemente funzionali: chi racconta la storia è Ulisse Mérou, al momento in viaggio nello spazio assieme alla sua famiglia, a bordo di un vascello cosmico, in cerca di un pianeta ospitale. La sua avventura ebbe inizio nell’anno 2500, allorché, giovane giornalista, scapolo e discreto scacchista, s’imbarcò con l’illustre scienziato Antelle, col suo discepolo Arturo Levain, giovane fisico, e lo scimpanzé Ettore per conquistare la regione della stella Bètelgeuse, grande quattrocento volte quanto il sole. Il viaggio, compiuto alla velocità della luce meno epsilon, durò due anni del “loro” tempo, corrispondenti a circa 350 anni terrestri. Se fossero tornati indietro, sulla terra sarebbero passati oltre 700 anni. Il tempo necessario per ideare e comporre un articolo da storia del giornalismo (ma in una lingua comprensibile a quanti?) (auspica, arguto lettore, che la filologia sia ancora salvifica nel 3200).

Finalmente, commossi e compresi dall’unicità della loro esperienza, i viaggiatori intravedono Bètelgeuse. Puntano al secondo pianeta a partire dalla stella: dapprima gli appare simile alla Terra, per via della presenza di mari e continenti; in seguito, una volta sbarcati, s’accorgono che sostanzialmente è gemello della Terra. E, dall’alto, avevano già scorto tracce di una civiltà. Battezzato “Soror” il nuovo mondo, immobili e silenziosi contemplano il panorama, mentre lo scimpanzé Ettore scompare in una foresta.

Un altro breve inciso a proposito di qualche elemento non trascurabile: difficilmente si può imputare a Boulle l’assenza di fantasia, allora si deve necessariamente tenere presente che, nel pieno rispetto della mentalità di certi esploratori ma non del suo padre omerico, il “suo” Ulisse viaggia per “ri-conoscere”, e non per “conoscere” qualcosa di nuovo. Il pianeta è in tutto simile alla Terra: non solo. L’atmosfera era chiara e “tendente all’arancione, un po’ come nel nostro cielo di Provenza verso il tramonto”; l’erba sulla quale approdano “ricordava quella delle nostre praterie Normanne”.

L’Ulisse di Boulle attraversa lo spazio alla velocità della luce (meno epsilon) per ritrovare il simulacro di Itaca. I tre viaggiatori iniziano ad esplorare Soror. Incappano quasi immediatamente in una splendida cascata, con un piccolo laghetto ai suoi piedi. Si spogliano, presi dall’euforia per la bellezza della scena, e, poco prima di tuffarsi, s’accorgono dell’orma di un piede umano. Mentre nuotano, felici per essere tornati in acqua dopo due anni di viaggio, appare una donna.

È letteralmente “un’apparizione”, d’aspetto addirittura (oppure ovviamente) “divino”, per la sua bellezza. Nuda, è “come una statua” e infine leva il fiato, per l’ammirazione, ai tre viaggiatori sconosciuti. Ulisse non la guarda, la “contempla”. Lei lo “ipnotizza”. E ancora, intravede, “come in sogno”, il suo viso, “d’una purezza singolare”. Non dovremmo più nutrire dubbi: questa figura femminile si rivelerà fondamentale nella narrazione. L’amore rinuncia all’umanità: la donna è Dea. Non escluderei che questa “divinità”, per una volta, possa non essere figlia di una adorazione estatica, ma che al contrario sussista e venga affermata e riconosciuta per suggerire significati simbolici (come vedremo nel penultimo paragrafo). Ulisse la battezza, in cuor suo, “Nova”.

Questa figura “divina” nasconde, dietro ai suoi splendidi occhi grigi, uno sguardo vuoto e inespressivo: si spaventa al suono delle parole, si avvicina come un animale atterrito ai tre uomini, non è in grado di parlare, “mugola o pigola”. Non sorride, né ride. E non solo: ucciderà, di lì a poco, lo scimpanzé Ettore, a sangue freddo e apparentemente senza ragione, frastornando Ulisse e i suoi compagni, increduli. Fuggita via, tornerà il giorno successivo, assieme a un uomo più maturo, dall’aria altrettanto atterrita, e all’intera tribù: una specie umana fisicamente robusta ma totalmente priva di intelligenza.

Hanno orrore dei vestiti che indossano i tre cosmonauti, e di qualunque altra cosa “sia stata fabbricata”: e così strapperanno i loro abiti, saccheggeranno e danneggeranno la scialuppa con cui erano scesi a terra, spazzeranno via qualsiasi oggetto. Sono, sostanzialmente, animali. Nova e compagni porteranno nei loro “nidi” (letteralmente) i tre terrestri: poco a poco, la ragazza prenderà a rispondere almeno ai segni di Ulisse, che s’appresta, con crescente convinzione, ad “addomesticarla” (sic).

D’un tratto, i sororiani fuggono, emettendo mugolii che Ulisse giudica “segnali”: in lontananza, Ulisse ode “voci umane” che parlano in una lingua sconosciuta (non è un dialetto provenzale, stavolta), e, di lì a poco, colpi d’arma da fuoco. Quel che vede è “grottesco e orribile”: dei gorilla, vestiti con disinvoltura in abiti da caccia, con “naturalezza” e senza apparire “mascherati”, con un’espressione stranamente “umana” dipinta sul volto, s’apprestano a massacrare la tribù. Al loro fianco, scimpanzé “vestiti con ricercatezza”.

Levain viene ucciso, assieme a buona parte dei sororiani, e Ulisse catturato, come Nova. Ulisse ignora la sorte di Antelle, ma almeno comprende perché la splendida aliena aveva ucciso Ettore, il loro scimpanzé: odio tra razze. Trasferito in una sorta di laboratorio, in gabbia, Ulisse prova a parlare con una delle guardie, scatenando la sua ilarità: per le evolute scimmie di quel pianeta, gli esseri umani ignorano qualunque tipo di linguaggio, pertanto la sua sembra una stramba esibizione circense.

La situazione è totalmente ribaltata, rispetto alla Terra: gli uomini sono animali privi di qualunque barlume di intelligenza. Ultima e unica speranza per la salvezza del cosmonauta sarà un’illuminata dottoressa scimpanzé, Zira, che mostrerà sensibilità e interesse nei suoi confronti e per prima intuirà la sua intelligenza. Sottoposto, per giorni, a vari esperimenti pavloviani, Ulisse manifesterà le sue qualità, lasciando perplessi i luminari dell’Istituto. Non riuscirà a persuadere l’autorità principe, lo scettico orangutan Zaius, nonostante si dimostri in grado di chiamarlo per nome: in compenso, poco a poco apprenderà i primi vocaboli della lingua scimmiesca. Finalmente gli esperimenti cambiano: le gabbie ospitano coppie di esseri umani, Ulisse ritrova Nova al suo fianco. Inizialmente irritato dall’idea di dover essere osservato da un’èquipe mentre ama la sua (atipica) compagna, torna sui suoi passi quando s’accorge che stanno per sostituirgliela definitivamente con una anonima matrona: vince la sua riottosità e si esibisce nella danza tipica dei sororiani per sedurla(al di là dei sarcasmi dello scrivente, “Il Pianeta delle Scimmie” è libro che non disdegna il grottesco).

Per un mese intero, Ulisse vivrà d’amore, trascurando la sua natura di creatura intelligente: d’un tratto, proverà vergogna per la sua condizione e si deciderà a comunicare altrimenti con la dottoressa Zira. Con uno stratagemma, le sottrarrà il taccuino: dapprima disegnerà figure geometriche, sconvolgendo la scienziata, solita nutrirlo a zollette di zucchero come un mansueto animale da compagnia; in seguito, disegnerà il sistema stellare di Bètelgeuse e quello solare della Terra. Zira, turbata, lo prega di non manifestare ad altri, per il momento, la sua intelligenza: nell’arco di qualche mese, Ulisse impara la grammatica della sua lingua e i due possono iniziare a scambiarsi informazioni sulla cultura e sulle strutture sociali delle popolazioni dei rispettivi pianeti.

Le scimmie non sono divise in nazioni: il pianeta è governato da un Consiglio dei Ministri e da un Parlamento con tre Camere. Abbattute infatti le antiche barriere di razza, le dominatrici di Soror si sono strutturate in tre “classi”: gli scimpanzé (neo-laboratores?) si occupano della ricerca e compongono l’avanguardia nelle arti e nella scienza, i gorilla (bellatores?) sono la difesa armata del sistema, gli orangutan (oratores?) sono i depositari della “scienza ufficiale”. Ogni camera corrisponde a una “classe”.

Gli esseri umani sono destinati alla vivisezione. Zira si convince a condurre Ulisse al guinzaglio: devono incontrare Cornelius, il suo fidanzato, scienziato scimpanzé di grande talento e straordinaria sensibilità che potrà offrire sostegno alla causa dell’ “umano-alieno”.

Conquistato Cornelius, si avvicinano i giorni del grande Congresso che stabilirà i nuovi orientamenti della ricerca: sarà allora, alla presenza della stampa, che Ulisse dovrà rivelare la propria intelligenza “scimmiesca”, per smentire le ottuse affermazioni di Zaius, sostenere la politica di ricerca di Cornelius e ritrovare la libertà. Ciò avverrà: Ulisse sbalordirà la platea e la stampa con la sue rivelazioni, otterrà il diritto a vivere in un alloggio “normale” e ad indossare abiti, abbandonando la nudità tipica degli umani di Soror, e infine affiancherà Cornelius(nominato direttore dell’Istituto in sostituzione dell’esonerato Zaius) e Zira negli studi sull’evoluzione della specie. Un tentativo di liberare il dottore Antelle, fortunosamente ritrovato in uno zoo, andrà a vuoto: lo scienziato è irriconoscibile, sembra aver dimenticato la sua natura, e s’è ridotto a esprimersi per mugolii e latrati, come Nova. È diventato un “uomo di Soror”.

S’avvia l’ultima parte del romanzo. Zira invita Ulisse a viaggiare fino agli Antipodi, per visitare un sito archeologico: Cornelius sembra aver trovato nuove testimonianze sulle più antiche civiltà del pianeta. Lo scimpanzé sta scavando tra le rovine di una città vecchia di diecimila anni: un’epoca del tutto nebulosa agli occhi dei sororiani contemporanei. Un giorno, rinviene una bambola di porcellana, dal volto umano. Ulisse inizia a pensare che una civiltà umana parallela a quella terrestre si sia evoluta, in passato, nel sistema stellare di Bètelgeuse, per essere poi sostituita dalla civiltà scimmiesca: la sua intuizione corrisponde alle prove che Cornelius va raccogliendo da tempo. La scoperta della bambola confonde e sgomenta lo scimpanzé: è una prova inequivocabile. Informato poi della gravidanza di Nova, capirà di dover agire in fretta per evitare che la razza umana possa risorgere: Ulisse deve tornare sulla Terra, assieme alla sua compagna e al bambino.

Prima di tutto questo, però, il cosmonauta potrà ascoltare, nel corso di un complesso esperimento in laboratorio, una sororiana parlare di quel che era avvenuto sul pianeta: la sua memoria genetica ospitava e custodiva la memoria della specie, e dunque, in certe condizioni, poteva parlare con voci di individui morti millenni prima. Ulisse scoprirà così come, dopo aver sviluppato un linguaggio, scimpanzé e gorilla si liberarono dalla tirannia degli esseri umani, sconfiggendoli e sostituendoli in ogni attività (l’etimo del verbo “scimmiottare” non inganna).

Una scena spettrale e perturbante, questa: una creatura “animalesca” come una sororiana, sottoposta ad un esperimento, d’un tratto ritrova negli abissi della propria mente la storia, la memoria e le voci di tutta la sua razza. Impassibile, parla. Costretto ad una fuga improvvisa con “moglie” e figlio, per evitare di cadere vittima d’un complotto di Zaius, Ulisse parte, promettendosi di tornare indietro per salvare i suoi simili. Ma una clamorosa sorpresa lo attende al suo ritorno sul pianeta Terra. Circa 750 anni dopo la sua partenza, tutto sembra esser rimasto immobile…

Paragrafo blasfemo. A proposito dei personaggi: sarà forse un’associazione di idee blasfema e pretenziosa, tuttavia non escluderei, sulla base delle descrizioni di Boulle, un’interpretazione simbolica dei personaggi di questo tipo: a) Antelle: Padre. B ) Levain: Figlio. c) Ulisse: Spirito Santo. d) Ettore: l’umanità. Alla luce di questo primitivo schema, potremmo affermare quanto segue. Antelle, l’antico Dio, recede alla condizione ferina per la morte prima della specie umana (rappresentata, ahinoi, dallo scimpanzé Ettore), quindi del suo “profeta incarnato” (Levain, discepolo prediletto, assassinato dai gorilla nelle prime scene). Ulisse, lo Spirito, rimane ultima e unica sorgente di (ri?)generazione: e non sarà un caso se, nelle scene finali, viaggerà per il Cosmo assieme alla moglie-concubina e al bambino (che sembra subito “straordinariamente precoce”).

Si potrebbe dunque congetturare che si va creando un nuovo simbolismo: a) Ulisse: Dio. b) Nova: La madre del Dio incarnato. c) Sirius: il figlio di Dio, il Messia che libererà l’umanità dall’incoscienza. Mi rendo conto che possa trattarsi di un’interpretazione delirante o eccessivamente blasfema: tuttavia mi è sembrata plausibile e ho preferito esternarla, auspicando un nuovo dibattito sul reale contenuto del libro.

Epilogo. Romanzo dalle fertili filiazioni cinematografiche, “Il pianeta delle scimmie” è opera apocalittica e appassionante: la narrazione è febbrile e ondivaga, il tono appare alternativamente stupefatto, enfatico e depresso, la lingua è tuttavia (o paradossalmente?) controllata e compassata (cauta). Un piccolo capolavoro della science fiction del Novecento europeo.

Lo sforzo mentale che avevo fatto per assimilare le teorie evoluzionistiche delle scimmie mi lasciò depresso. Fui felice quando vidi Nova avvicinarsi a me nella penombra, sollecitare a suo modo le carezze mezzo umane e mezzo animalesche di cui, a poco a poco, avevamo elaborato il codice; un curioso codice nel quale il particolare ha poca importanza; fatto di compromessi e di concessioni reciproche, composto dagli usi del mondo civile e dai costumi di quella strana umanità che popolava il pianeta Soror” (Boulle, “Il pianeta delle scimmie”, parte II, capitolo 2).

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Pierre Francois Marie-Louis Boulle (Avignon, 1912 – Paris, 1994), narratore francese. Ingegnere elettronico, veterano della Resistenza Francese, combatté negli anni della Seconda Guerra Mondiale tra Cina e Malesia. Il suo primo romanzo, “William Conrad”, è stato pubblicato nel 1950. Boulle è autore de “Il ponte sul fiume Kwai”: celebre la trasposizione cinematografica del 1957 di David Lean.

Pierre Boulle, “Il pianeta delle scimmie”, Mondadori, Milano, 2001. Traduzione di Luciano Tibiletti. Il romanzo è strutturato in tre parti, suddivise rispettivamente in diciassette, nove e dodici capitoli, progressivamente numerati, non titolati.

Prima edizione: “Le planète des singes”, Juillard, Paris, 1963.

Traduzioni cinematografiche principali: Planet of the Apes”, di Franklin J. Schaffner. 1968. Planet of the Apes”, di Tim Burton. 2001.

A proposito delle “reincarnazioni” letterarie di Odisseo, segnalo il saggio “L’ombra di Ulisse”, di Piero Boitani (Il Mulino, Bologna, 1992 e 1999).

Gianfranco Franchi, settembre 2003.

Prima pubblicazione: Lankelot.