Fame

Fame Book Cover Fame
Knut Hamsun
Adelphi
2002
9788845916984

Non avevo dolori, la mia fame li aveva attutiti; sentivo invece un vuoto piacevole, puro dal contatto di tutto ciò che mi circondava, ed ero felice di essere invisibile a tutti. Misi le gambe sulla panchina e con le spalle mi appoggiai, così potevo sentire meglio tutta la voluttà dell’isolamento. Non una nuvola nell’anima mia, né un senso di fastidio, non un desiderio o una voglia. Ero con gli occhi aperti in una condizione di completo distacco da me stesso, mi sentivo deliziosamente solo e lontano” (Knut Hamsun, “Fame”, parte seconda).

L’archetipo della letteratura egoica, egoarchica ed egocosmica del Novecento si può facilmente riconoscere in questo romanzo del norvegese Knut Hamsun: “Fame” è l’ammissione della sua primitiva (irrisolta o irrimediabile?) fragilità e la registrazione delle sue prime, incerte e traballanti vicende esistenziali nell’allora Cristiania. Narrato in prima persona, il libro sintetizza le esperienze del tempo in cui l’artista “faceva la fame e vagabondava” per una città che “nessuno abbandonava senza portarne le stigmate”: è, in un certo senso, il racconto di questi segni che Hamsun trascinerà via con sé alla partenza, relitti d’una formazione atipica e dolorosa, reliquie di un isolamento e di una condizione di perpetua incomprensione (incomunicabilità) che non abbandoneranno mai l’autore.

Giovanissimo, nevrastenico e febbrile, l’io narrante vive patendo una sofferenza interiore che va nutrendosi di ogni sua energia, intaccando e contaminando ogni suo pensiero e inficiando i suoi scritti: scritti che costituiscono l’unica fonte di (precario) sostentamento, offerti con distratta angoscia a redazioni che sembrano vagliarli con abulico compiacimento. Lacerato e abbattuto dalle troppe promesse ricevute e dalle troppe speranze tradite (“i tanti rifiuti, le promesse dette a mezza voce, i tanti no, le speranze illusorie di cui m’ero per tanto tempo nutrito, i nuovi tentativi, che ogni volta si dimostravano vani, avevano fiaccato il mio coraggio”), deluso dalla sua incapacità di integrarsi in altri ambiti lavorativi, il narratore è un io che cerca conferme e un netto e irrefutabile riconoscimento del proprio ruolo da parte del sistema. In assenza di un’approvazione e di una “identificazione” di questo genere, sembra godere nello scavarsi dentro, sprofondando in se stesso, tartassandosi, esasperato da un progressivo massacro del proprio equilibrio e della propria salute. A un punto, sembra quasi che niente più possa evitare l’ammissione della dannazione: il narratore si ritrova a scrivere i suoi articoli nei cimiteri, già sedotto dalla morte o sul punto di vagheggiarla come rifugio; o, ancora, può sembrare dedito ad adorarla (è una contemplazione?) come fonte di maggiore e più estenuato attaccamento alla vita.

Il romanzo è strutturato in quattro parti: il lasso di tempo narrato corrisponde a due stagioni, l’autunno (principio della storia) e l’inverno. Paesaggio e ambiente risultano in sostanziale consonanza con gli stati d’animo del protagonista. Nel momento dell’epilogo, adottata la felice soluzione dell’imbarco (alla ventura), a Cristiania “le finestre splendevano nitide da tutte le case”: il giovane scrittore si è liberato dalla prigionia del niente, non sente più fame e si è riscattato dal passato.

Memorabili le passeggiate notturne del protagonista: Knut incarna uno stato d’animo di iper-ricettività e di autentica visionarietà, confonde, splendido, immaginazione e realtà; e il sogno pare dominare ogni incontro e ogni sentimento, ogni parola si tinteggia d’onirico e di inconsueto. Il ragazzo ha pochissimi denari, e quando ne ha li sperpera; a volte perché condizionato dalla sua grande umanità, e dunque prodigo nella carità e negli atti di misericordia, a volte perché vittima di uno stato confusionale eccezionale: placa la fame per poi rigettare, convulso e nervoso; non cammina, ma si trascina per le strade; non dorme, s’assopisce in un nuovo e irregolare torpore.

Impegna o vende tutto ciò che ha: si è liberato del panciotto, cercherà di liberarsi perfino dei bottoni e d’una vecchia coperta. L’io si sta liberando dalla schiavitù del possesso delle cose: Knut ha soltanto se stesso, la sua fantasia e la sua creatività. Avrà anche l’occasione di vivere uno stravagante e passionale incontro amoroso: nella sottile frontiera che divide la pazzia dalla lucidità, in un momento in cui nulla riesce a definirsi per ciò che è e ogni istante viene percepito come torrente di fuoco: Knut crepita e zampilla di vita, sublime e imperfetto ed eterno. E battezza una donna che forse non ha un nome; perché è compito di chi crea nominare, perché chiamare per nome una persona può significare non conoscenza, ma dominio. È un amore di carta, adorazione e incanto: è un sogno che s’impadronisce della realtà e la scaraventa via.

Impeccabile e seducente la narrazione; vivace e magmatica la lingua letteraria; straordinaria l’introspezione del protagonista, contraddittorie e contrastanti le sue relazioni con un’alterità che converge sino a confondersi nel titanico ego di Knut, fino ad apparire, non episodicamente, sua libera e occasionale invenzione. Un autentico capolavoro, semplicemente irripetibile. Il Novecento tutto è debitore al genio norvegese: nessuna eccezione. Questo libro è una sorgente inestinguibile di vita, di stile, di letteratura.

Scrivo come invasato e riempio una pagina dopo l’altra senza un momento di pausa. I pensieri si formano così improvvisi dentro di me e continuano a scorrere così abbondanti che dimentico una quantità di particolari e non riesco a scrivere con sufficiente rapidità sebbene lavori con tutte le forze. Continuano a venirmi in mente immagini, sono pieno del mio soggetto e ogni parola che scrivo mi viene proprio messa sulle labbra” (Knut Hamsun, “Fame”, parte prima).

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Knut Pedersen, alias Hamsun (Garmostræde, presso Lom, Gulbrandsdal, Norvegia 1859 – Nørholm, Grimstad, 1952), romanziere, poeta e drammaturgo norvegese, autodidatta. Premio Nobel per la Letteratura 1920.

Knut Hamsun, “Fame”, Mondadori, Milano, 1988. Traduzione di Clemente Giannini.

Il primo nucleo del romanzo, “Sult”, fu pubblicato sulla rivista danese “Ny Jord”, anonimo, nel 1888. Prima edizione: “Sult”, Copenaghen, 1890.

Approfondimento nel web: Knut Hamsun Online.

Bibliografia critica consigliata: fondamentali le pagine di Claudio Magris: “Fra le crepe dell’io”, in “L’anello di Clarisse”, Einaudi, Torino, 1984.

Gianfranco Franchi, settembre 2003.

Prima pubblicazione: Lankelot.

Capolavoro assoluto di Hamsun.