Correndo con le forbici in mano

Correndo con le forbici in mano Book Cover Correndo con le forbici in mano
Augusten Burroughs
Rizzoli
2008
9788817025225

Il memoir è un genere letterario simile all’autobiografia; le differenze non si riconoscono, tendenzialmente, in altro che non sia la pretesa di storicità, di precisione, di verifica dei dati: il memoir è decisamente svincolato da tutto questo, è “fantasia autobiografica”, in un certo senso, e lettura d’un’epoca attraverso il filtro dell’esperienza individuale, opportunamente trasfigurata.  In altre parole, l’autore parla del suo passato, della sua formazione e delle vicende che ha ritenuto fondanti; non pretende di raccontare tutto quel che è stato con precisione chirurgica e documenti a supporto e sostegno. Si tratta di una sottigliezza; non a caso, è distinzione poco diffusa in Italia, dove queste due categorie sembrano sempre a un passo dal coincidere.

“Correndo con le forbici in mano” è uno dei due memoir di Christopher Robison, alias Augusten Burroughs, copy, scrittore e saggista americano dalla formazione complessa e dolorosa. La rivisitazione romanzata della sua infanzia e della sua adolescenza è un’opera letteraria capace di sfumare, con l’ironia e il grottesco, una sofferenza inconsolabile; quella d’essere figlio di un nevrotico e di una pazza, costretto a testimoniare le progressive crisi della pazza sino alla maggiore età, con tanto di affido in itinere, per diversi anni, al suo psichiatra e alla sua numerosa e colorita famiglia. Ma anche lo psichiatra si sarebbe rivelato ben più che un medico stravagante: semplicemente, un pazzo.

È un libro – scrive intelligentemente Luca Bianchini, nel risvolto – che costituisce una “lezione di adattamento al mondo che ci circonda”: di altro non si tratta, a ben guardare, che di questo: della formazione impossibile d’un’individualità che si sviluppa con granitica forza, a dispetto di tutto e contro tutti, capace di slanci sentimentali e di cameratismo, in certi frangenti, ma fondamentalmente consapevole del suo isolamento e della sua tragedia; quella di essere figlio della pazzia, e d’essere circondato dalla pazzia. Leggendo pensavo che – ammesso che tutto quel che è narrato sia realmente avvenuto, come pure sembra sia stato – dev’essere ridicolo e delirante, per l’autore, capire e accorgersi che quel che gli è accaduto può apparire divertente come una tragicommedia o come una farsa a certi lettori; inutile nascondere la possibilità che quanto qui narrato abbia impatti edulcorati dall’incredulità. Per esempio: possibile, si chiederà il lettore, che uno psichiatra dalla robusta prole e dai pochi introiti si riduca a leggere le sue feci, con tutta la famiglia al seguito, considerandole come strumento elettivo di comunicazione divina? Possibile che due ragazzini possano sfondare il soffitto d’una cucina per farne un lucernario, mentre le autorità adulte si limitano a responsabilizzarli e a confidare nella loro capacità di sistemare il danno? Possibile che un ragazzino possa assistere a un cunnilingus lesbico, tra sua madre e la sua prima amante, trovandosi costretto ad ascoltare la pretesa di comprensione materna? E così via, ne accadono di vicende al limite della leggenda urbana.

La risposta è: sì, possibile, possibilissimo. E potrà confermarlo chiunque abbia avuto a che fare con persone la cui lucidità andava sfumando e sparendo; potrà ribadirlo chiunque abbia testimoniato gli accessi di follia di un parente, con progressione esplosiva, non potendo altro che badare a quel che accadeva, sperando che non divenisse fonte di violenza contro il pazzo o contro il prossimo. Potranno confermarlo tutte le famiglie italiane beneficiate, diciamo così, dalla geniale intuizione di Franco Basaglia e dei suoi apostoli, ossia che la follia non esiste, perché si tratta di un problema sociale; che gli psicofarmaci bastano a sopperire ai peggiori guasti, assieme alla psicoterapia, e che i casi-limite vanno curati in strutture aperte al pubblico, e via dicendo con le variopinte amenità figlie di quel tempo, che ben dovreste conoscere e denunciare, giorno per giorno. Chi tra voi ha avuto la sorte di dover affrontare e sostenere la decadenza mentale d’un cittadino basagliato sa benissimo di cosa sto parlando, e non esclude che quel che racconta Augusten sia realmente avvenuto.

“Correndo con le forbici in mano” sembra essere stato scritto in quindici notti, per quanto è torrenziale e limpido, per quanto si percepisce necessario e urgente all’autore, pronto a disinfestarsi dagli spettri del suo passato, cristallizzandoli e imprigionandoli sulla carta. L’autore-narratore racconta d’aver sempre scritto, anche in quegli anni, per ore; registrando tutto quel che avveniva, sognando “qualcosa di normale”. Sua madre si definiva “poetessa”; misconosciuta, priva di pubblico e di riconoscimenti pubblici significativi, concentrava tutta la sua esistenza su una commistione tra scrittura e identità che andava proponendosi come amalgama fondante la giustezza e l’equilibrio della sua vita. Che il figlio scriva sembra dunque, in un certo senso, un riscatto e una vendetta e una simulazione al contempo; quella donna che non può che detestare, per il suo egoismo e la sua freddezza, i suoi deliri e la sua irresponsabilità, è tuttavia un modello. Quindi, sin da piccolo e senza averne chiara coscienza, lui stesso scrive: e quando qualcuno gli domanda cosa vuole diventare da grande, risponde prima “medico” e “celebrità”, quindi “parrucchiere” alla Vidal Sassoon. La coscienza d’essere diventato macchina da scrittura, correggendo l’errore di default della psiche materna, mostrando prolificità e intelligenza e – da adulto – talento e grande capacità descrittiva e sommarie pennellate analitiche, appare solo progressivamente. Curiosamente l’autore ne mostra coscienza, del meccanismo che definisce “ereditario”, imputando omosessualità e scrittura alla madre; paventando futura pazzia. La previsione facile è che aver pronosticato l’ultimo esito serva a sventarlo. Con molta pazienza.

Come riconoscere la pazzia materna? “Impazzire della serie «forno a gas, panino al dentifricio, io sono Dio». Erano finiti i giorni in cui stava al balcone ad accendere candele profumate al limone senza sentire poi il bisogno di mangiarsi la cera. Ed erano finite anche le sedute terapeutiche settimanali. Mia madre cominciò ad andare dal dottor Finch quasi ogni giorno” (p. 38; segue racconto del divorzio dei suoi genitori). Ecco, in poche battute e poche, dolorose parole che si limitano a evocare qualcosa che non viene raccontato, la sintesi dell’epifania della follia. Altrove dettaglierà accessi violenti, occhi sbarrati, monologhi deliranti: ma già delirava quella donna che gli rispondeva come se fosse un cronista del New Yorker, quando era bambino.

Il padre appare solo nei primi capitoli: è una figura sempre assente, a partire dal divorzio. Sappiamo che ha un ginocchio malandato, molto lavoro (responsabile del Dipartimento di Filosofia dell’Università del Massachussets), che è protagonista di furibonde litigate con la moglie, non di rado concluse “a mano”; che in seguito si nega al telefono, e non interviene affatto.

Finch – che prende il posto del padre – è uno psichiatra con sei figli naturali e uno adottato; chiama “puttana” la madre di Augusten, dopo aver preso confidenza; crede nei benefici delle esplosioni di rabbia, crede che i tredicenni siano adulti e debbano essere liberi. Durante le visite, talvolta, non si contiene e va nel suo masturbatorium a sfogarsi. Vive in una casa poverissima e fatiscente. Suggerisce al giovane Augusten, per liberarsi dall’odiata scuola, di simulare un suicidio (che dirigerà e supervisionerà, sino al ricovero e al ritorno a casa). Scrive un saggio sulla divinazione tramite analisi quotidiana delle sue feci. È un’intelligenza del genere.

Augusten cresce troppo in fretta. Da ogni punto di vista. È un esteta attento al suo aspetto esteriore, curato maniacalmente sin dalla pubertà (p. 29); soffre la scuola e il distacco dai suoi compagni (“Loro avevano madri che rosicchiavano bastoncini di carote tagliate a fiammifero. Io avevo una madre che mangiava fiammiferi. Loro andavano a letto alle dieci in punto e io stavo scoprendo che la vita continuava bene anche oltre le tre di mattina”, p. 93: ha dodici anni); ha già capito di essere gay e trova il primo compagno nel figlio adottivo di Finch, che vive da quelle parti, ha 33 anni e inizia al sesso un ragazzino, e per anni vive al suo fianco.

I personaggi sono ben caratterizzati e adeguatamente scandagliati; l’unico che rimane (ma è una cicatrice da decifrare…) un po’ nell’ombra è Troy, il fratello maggiore di Augusten. Ha sette anni più di lui, una vita normale e molti silenzi. È esperto tecnico del suono. Ha molta freddezza nei confronti dei genitori, che ha lasciato da tempo. È la chiave per capire Augusten, col suo semi-autismo; non a caso l’autore lo lascia nell’ombra. Umanamente comprendo.

In generale, “Correndo con le forbici in mano” si rivela importante romanzo di formazione (e di “adattamento”) postmoderno. È una passeggiata nel dolore, nella pazzia, nel disordine della società occidentale e dell’America in via di autodistruzione; è una iniezione di fiducia a dispetto di tutto, e la rivelazione del talento d’uno scrittore affascinante, seducente, fragilissimo e disperatamente vivo.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Christopher Robison, alias Augusten Burroughs (Pittsburgh, Pennsylvania, USA, 1965), copy, scrittore e saggista americano. Figlio d’arte: sua madre è la misconosciuta poetessa e scrittrice Margaret Robison, suo padre John il responsabile del Dipartimento di Filosofia dell’Università del Massachussets. Venne affidato alla famiglia del suo psichiatra, da bambino.

Augusten Burroughs, “Correndo con le forbici in mano”, Alet, Padova 2004. Traduzione di Giovanna Scocchera.

Prima edizione: “Running with Scissors: a Memoir”, New York, 2002. Nel sito ufficiale, scopriamo che il libro è stato scritto nel 2000.

Adattamento cinematografico: “Running with Scissors”, di Ryan Murphy, 2006.

Gianfranco Franchi, 31 Luglio 2007.

Prima pubblicazione: Lankelot.