Opere terminali

Opere terminali Book Cover Opere terminali
Salvatore Mugno
Jaca Book
2001
9788816282285

C'è una figura dimenticata nella letteratura italiana contemporanea, quella del bandito-scrittore siciliano Lo Presti, esordio in Mondadori – con prefazione di Aldo Busi – nel 1990, omaggiato dalla critica a tutto spiano e quindi precipitato nel dimenticatoio: Lo Presti morirà, dopo altri anni di vita un po' al limite, una manciata d'anni più tardi; morirà della peste del secolo. Salvatore Mugno (Trapani, 1962), in questo suo atipico diario letterario – raccontato tra l'8 luglio 1994 e il 10 settembre 1995 – restituisce memoria dei suoi ultimi giorni, della sua difficile (r)esistenza, della terribile discesa nella morte (ad oggi: assieme, nella morte e nell'oblio), offrendo uno spaccato lirico e intenso d'un artista che non è stato compreso fino in fondo, ed è stato accantonato un po' inspiegabilmente dal suo curatore e dal suo primo editore, a dispetto dell'accoglienza ricevuta.

Opere terminali” non è, però, soltanto il libro della fine di Lo Presti (qui “Lo Forte”); è il libro delle terribili e tetre meditazioni sull'esistenza, e sulla letteratura, di un professore e di un letterato di provincia, che si domanda che senso abbia scrivere e si allinea, si assimila o prende le distanze dai grandi maestri del passato; osservando l'inevitabile e dolorosa morte del vecchio amico sente andarsene un pezzo di sé, forse una forma di incredibile, selvatica e incrollabile innocenza che permetteva errori abnormi e non escludeva la speranza di rocambolesche risalite. L'alter ego di Mugno, narratore del libro, parla della sua famiglia, della moglie e del bambino, dell'esperienza da professore, dei tanti libri che accompagnano le sue giornate, di un feroce e odioso mal di denti che lo sta massacrando, spogliandosi con coraggio. Ne deriva il grande libro del male, del dolore, della frustrazione. “Opere terminali” è un monumento alle cose che non dovevano finire in un certo modo; all'esatta e chirurgica mano del destino che ti ammazza un amico che poteva diventare Corso, o Bunker, o almeno Jack Black, e ti inchioda sul lettino del dentista per sedute interminabili, sognando che tutta questa sofferenza del cazzo finisca. E intanto non c'è pace con gli editori, né appagamento: Mugno si domanda a cosa serva ancora scrivere, e più ancora cosa vada scritto, e per chi. L'amico, man mano, peggiora. Fascista, terrorista, bisessuale, ammalato di AIDS, Lo Presti sembra un giocattolo in balia dei suoi bambineschi e brutali sbagli. Tutto principia quando, “dopo sei mesi di serrata e turbolenta corrispondenza epistolare”, il narratore lo incontra ad Alcamo. Gli offre una ventina di libri, “due sacchi di indumenti smessi ma in buone condizioni e un orologio che nel quadrante raffigura il duce”. Si incontrano, Lo Presti racconta i suoi malanni, Mugno si sente le dita che puzzano di cadavere (p. 7). Il bandito-scrittore non vuole che in paese sappiano della sua malattia. Cerca di dissimularla, abbronzandosi nelle ore di libertà vigilata.

Il suo nuovo libro “Testa di bue”, non è in linea con Mondadori, non verrà pubblicato. Mugno lo sta rimaneggiando in vista di una presentazione; intanto, legge le lettere che Busi spedisce al suo sodale, scoprendo che Lo Presti attinge senza paura dalle sue pagine, scopiazzando qualcosa. Quando ne parlano, Pino ride. Lo Presti si sta consolando fumando “erba del diavolo”, nei giorni della malattia non dimentica la goliardia. Quando sembra cedere alla paura della morte, ecco che tutto a un tratto “riemerge il samurai, riesplodono il sole e l'acciaio dello sberleffo e dell'ironia, la splendente insensatezza del vivere...” (pp. 14-15). Mishima è un artista caro a entrambi, come Drieu. Come Tondelli e come Guibert, che scrivevano pur trovandosi “in groppa alla morte”, scrivevano ancora. Fino all'ultimo respiro.

Lo Presti sente vicina la morte. Quando una folata di vento gli spegne l'erba, “è il dio del vento – commenta – faccio caso a questi segnali... Sono un pagano” (p. 20). Pensa al suicidio ma non trova la forza, o non ne vede la giustizia. Probabilmente ha paura che sia un atto di vigliaccheria. L'unico senso di colpa che vuole tenersi è quello del cinico che ha strizzato l'occhio allo Stato nominando qualche vecchio compare, spacciando versioni mutevoli volta per volta, a seconda della convenienza (p. 54).

E' buffo, Pino. Finisce sempre che sono costretto a sbeffeggiarlo, a rintuzzare con severità le sue arie da ex bravo, ex criminale, ex bullo, ex terrorista. Si direbbe che il terrore l'abbia sempre esercitato su se stesso. Minaccia finimondi e, poi, al massimo, si limita ad assillare marescialli e questure, millantando di avere un killer alle costole” (p. 59).

E' uno da controllare e basta, ormai. Anche quando prende e torna dalla sua ex, in Liguria, promettendosi di amarla soltanto col preservativo. Intanto, Mugno non ha nessuna voglia di raccontare. La letteratura è nell'etere, scrive, “non mi resta che scrivere”, pur sapendo che non starà bene (p. 18). Non vive né guarda vivere (p. 66): esiste, interdetto. Malato di letteratura, perde l'occasione di esistere. È, in queste pagine, “tesoriere del dolore” (p. 45), pietoso nei confronti di Lo Presti come in quelli di Moana Pozzi, che muore in quei giorni. Invidia l'intelligenza di Verga, di non aver scritto niente negli ultimi anni; e l'eccelsa scelta di Bufalino di arrivare intonso e inedito a sessant'anni; invidia quanti hanno cambiato mestiere, e quelli che hanno giocato, come Tomasi, a dire tutto in un lascito testamentario (p. 85). Forse non gli rimane che ripetersi (p. 67). Perché è come una goccia d'acqua sull'asfalto docente: come il sole che agogna la notte, la giacca nel servo muto: il secchio calato dentro il pozzo. Ecco – qui ha attinto il dolore. Qui ha attinto la notte. Qui ha attinto la morte.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Salvatore Mugno (Trapani, 1962), saggista e scrittore italiano.

Salvatore Mugno, “Opere terminali”, Grandevetro & Jaca Book, Milano 2001. Collana “I vagabondi”, 21. Presentazione di Marco La Rosa.

Gianfranco Franchi, maggio 2009.

Prima pubblicazione: Lankelot.