Nino Longobardi. Il re del giornalismo che prese a pugni i potenti

Nino Longobardi. Il re del giornalismo che prese a pugni i potenti Book Cover Nino Longobardi. Il re del giornalismo che prese a pugni i potenti
Roberto Alfatti Appetiti
Historica
2016
9788899241865

Scoperto da Leo Longanesi nel “Borghese”, il polemista campano Nino Longobardi [1925-1996], romano d'adozione, espressione di un'arcana e imprevedibile “destra immaginaria”, si consacrò nel “Messaggero” negli anni in cui stare nel “Messaggero” era come stare al governo: e lui ci rimase per vent'anni, curando per lo più la rubrica “Cronache italiane”. Viveva nel suo ufficio con una taccola di nome Geronimo (o Gerolamo), fregandosene della fama di stravagante che poteva venirgliene. Grande giocatore, per il suo primo biografo Roberto Alfatti Appetiti era una figura singolare: un destro ecologista ante litteram, narcisista e scostante; figlio di un podestà, nipote di un antifascista, era un outsider, un irregolare che non amava i dogmi e le verità assolute e i monoteismi, in genere (incluso il comunismo). Indispettito dagli antifascisti d'accatto, era capace di tenaci polemiche con i convertiti all'altra sponda, per lo più clamorosamente amnesici, come Giulio Argan. Antieuropeista, rivendicava con orgoglio la sua genuinità e non aveva paura di sbattere contro i poteri forti. Esteticamente, apparve a Marcello Veneziani “un incrocio tra uno sceriffo e un guappo, una specie di Fred Buscaglione del giornalismo”. Del suo cognome nordico non aveva invece né i colori né la freddezza.

Nella sua seconda vita professionale, Nino Longobardi fu il mattatore di un programma televisivo di discreta fortuna metropolitana (capitolina), su “TeleVita”, chiamato “I pugni sul tavolo”: stando ad Alfatti, per quell'esperienza Longobardi va considerato una figura catodica proto-sgarbiana, e addirittura proto-pentastellata (nella loro ultima campagna elettorale per le europee, i figli di Grillo e Casaleggio hanno pubblicato un videospot che Alfatti considera “caricaturale riproposizione” dell'estetica longobardiana, con i figuranti a battere i pugni sul tavolo). Cadde decisamente in disgrazia quando mezza Italia lesse, direi inaspettatamente, il suo nome nei sulfurei elenchi della P2; più ancora, quando qualche anno dopo addirittura difese Craxi, mostrando piena solidarietà per le oscure e sinistre vicende di Tangentopoli; nel tempo, la sua memoria è andata stingendosi, fino a questo inatteso libro-tributo.

Nino Longobardi. Il Re del giornalismo che prese a pugni i potenti” [Historica, 2016; 200 p., euro 16; “fuori collana”] è un libro che ho atteso con viva curiosità per due ragioni: la prima è che quando Roberto Alfatti Appetiti mi ha parlato dell'argomento ho subito ammesso di essere tabula rasa, e anzi ho detto “figurati se un Franchi è amico di un Longobardi”, per giustificare il buio pesto che circondava quel nome; la seconda è che la precedente biografia di Alfatti, “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” [Bietti, 2014] è stata un'esperienza estetica spiazzante, coinvolgente e complessa, e non sapevo bene cosa aspettarmi da una nuova biografia alfattiana. Allora, per onestà, dividerei a questo punto l'analisi in due parti; una prima dedicata solo al libro e al suo protagonista assoluto, la seconda dedicata all'autore, e a una primitiva lettura della sua estetica.

Il Nino Longobardi restituito dal notevole lavoro di documentazione di Alfatti è una figura che politicamente trovo spesso molto respingente: uno che spedisce nel giugno del 1992 un telegramma di solidarietà a Craxi, a nome suo e della redazione della sua rivista dell'epoca, è per me l'incarnazione cristallina dell'antagonista politico, e anzi se ci penso sbianco e mi si dilatano le narici; glisso sulla questione della P2, perché per quanto abbacinante quella è una vicenda in cui non si può escludere che qualcuno sia finito in mezzo per ingenuità o per avventurismo, forse soprattutto tra i giornalisti e tra i pesci piccoli, in genere; diversamente mi riconosco molto nel fastidio di Longobardi nei confronti della cultura egemone, nella sua diffidenza per i troppi “partigiani in differita”, per gli eccessi fanatici e morbosi di certo antifascismo rancido, per i trasformismi da insetto di certe figure della politica e della cultura italiana. Non riesco però a intravedere le caratteristiche politiche che fanno di un uomo un modello in chi, come Longobardi, ha assunto o s'è trovato in certe posizioni, fosse anche per il brutale gusto della provocazione; invece, ci leggo una bella letterarietà, un'attitudine magnetica alla contraddizione, magari un briciolo di pazzia, un clamoroso cinismo che poteva figliare qualche caustico corsivo e magari qualche sketch o qualche battuta memorabile. Ci vedo quell'arroganza classica degli indignati di tutte le epoche, forse nel suo caso più masaniella e popolana che rugantina (a Torre del Greco si parla un altro dialetto...), ci vedo un'attitudine alla sconfitta e al “gioco a perdere” che probabilmente è l'espressione di un genetico antagonismo (assoluto: politico, estetico, funzionale). So che adesso, se per bancarelle mi dovesse capitare di incontrare uno dei suoi pochi libri, da “Il figlio del podestà” (Rusconi, 1976) a “Diario di un ex fumatore”, almeno mi fermerei a sfogliarlo, per fiutare se ha il passo da scrittore oppure se era semplicemente un giornalista di costume pieno di stoffa e di mestiere. Questo è merito di quel che Alfatti mi ha restituito: escludo infatti di aver mai sentito fare il nome di Longobardi negli ultimi vent'anni, nel mio vecchio circuito universitario come più tardi in quello editoriale, oppure semplicemente in quello dei lettori forti. Probabilmente s'è trattato di una delle solite forme italiane repubblicane un po' stronze di damnatiomemoriae, più però per imprendibilità del personaggio che per appartenenze politiche (che si intravedono fragilissime, quando esistenti, e comunque mai partitiche). Che Longobardi non fosse marxista mi pare pacifico e ovviamente mi pare qualcosa di cui rallegrarsi: cosa in compenso fosse, però, non sono riuscito a comprenderlo. Uno a cui non gliene fregava niente? Uno che non voleva appartenere a niente? Uno che voleva solo fare il giornalista? “Mezzo e mezzo”.

Nel contesto della poetica di Roberto Alfatti Appetiti, invece, questo libro assume ragioni di fascino e di interesse perché ha buona parte del dna condiviso con la biografia bukowskiana; Alfatti va a raccontare una figura irrisolta, contraddittoria, a dir poco eretica; spende la parola “bastardo” per entrambi, probabilmente con qualche ragione; va arruolando entrambi in quella microgalassia anarchica di figure “irregolari” e “destre” che tanto chiaramente si stagliano nel Novecento in tutto quello che oggi consideriamo Occidente, espressioni di intelligenze e personalità poco allineate, mai convenzionali, raramente conformi: in parole povere, di anime coraggiose e franche.

Alfatti stavolta non doveva studiare una bibliografia particolarmente sterminata, come nel caso di Bukowski; stavolta aveva la missione di restituire luce a una figura caduta, chiaramente e devo dire abbastanza inspiegabilmente, nel dimenticatoio. È riuscito nel gioco, anche se devo ammettere che mentre nel caso della sua prima biografia ero uscito dalla lettura con la sensazione chiara che si fosse trattato di un lavoro esaustivo ed esauriente, stavolta invece ho avuto la sensazione che molte cose non fossero dette o analizzate nell'interezza (e nella complessità, e forse nella pericolosità: da vari punti di vista) che potevano assumere. È un bel morso alla mela, questo libro, ma qualcuno deve finire di mangiarla. Ammesso che abbia coraggio e soprattutto che riesca a trovare le fonti. Ripeto – è solo una sensazione. Detto ciò, aspetto il prossimo saggio di Alfatti in pila in tutte le librerie nazionali: è decisamente ora di uscire dalla piccola o dalla microeditoria, la personalità autoriale è chiara, forte e riconoscibile, e il fiuto non manca; nemmeno il cuore.

Gianfranco Franchi. Monteverde, 21 ottobre 2016.

Scoperto da Leo Longanesi nel “Borghese”, il polemista campano Nino Longobardi [1925-1996], romano d’adozione, espressione di un’arcana e imprevedibile “destra immaginaria”, si consacrò nel “Messaggero” negli anni in cui stare nel “Messaggero” era come stare al governo: e lui ci rimase per vent’anni, curando per lo più la rubrica “Cronache italiane”…