I confini dell’odio

I confini dell'odio Book Cover I confini dell'odio
Diego Zandel
Aragno
2002
9788884190703

“Profughi! Come lo erano stati i miei genitori. Come migliaia di istriani, fiumani, dalmati che gli jugoslavi, tutti insieme, croati, serbi, sloveni, bosniaci, dal 1945 al 1955 avevano spinto a lasciare le terre avite. Le formazioni partigiane di Tito risalivano dal Gorski Kotar, dalla Bosnia, dall'interno della Jugoslavia, entravano nelle città istriane, nelle piazze ballavano il kolo. Agli italiani dicevano: 'Andatevene, questa terra è nostra'. Per chi opponeva resistenza c'era la persecuzione. Le foibe. Ne gettarono a migliaia in quei crepacci, a piedi nudi e con le mani legate alla schiena con il filo spinato. Unica grazia, un colpo di pistola alla nuca. Ma c'era chi in fondo al burrone ci arrivava ancora vivo. Via! Via! Non si poteva restare. Anche i miei genitori abbandonarono Fiume in fretta e furia, senza documenti, in treno, a piedi, mescolati ad altri fuggitivi. Avevano vent'anni ed erano sposati da un mese. Avevano con sé una valigia, nient'altro. La madre e i fratelli di mio padre se n'erano già andati. Mio padre voleva ricongiungersi ad essi, mia madre abbandonava la famiglia. Raggiungero Trieste. E così diventarono profughi. Non solo una condizione, ma anche uno stato civile. Un ente governativo italiano provvedeva a smistarli lungo il calvario dei campi di raccolta. […] Profughi! In quei volti smarriti che incontrai a Pago, come per una ritorsione del destino contro i persecutori di una volta, riconobbi i volti dei miei genitori, della mia gente. Fino a quel momento aveva potuto soltanto immaginarli attraverso i loro racconti” [Zandel, “I confini dell'odio”, pp. 114-115. Aragno, Torino 2002].

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L'incipit di questo articolo è un robusto frammento tratto da questo romanzo. La ragione è semplice: “I confini dell'odio” è un dramma adriatico-balcanico fondato su due assi portanti. Il primo è l'assimilazione della tragedia dei massacri, degli stupri e degli esodi coatti delle popolazioni ex jugoslave, negli anni Novanta, a quella dei nostri compatrioti giuliano-dalmati, autoctoni in maggioranza assoluta e regnicoli in ampia minoranza, cinquant'anni prima. Il secondo è la denuncia dell'assurdità e dell'infamia delle guerre, e in particolare delle guerre nazionaliste: allora come oggi, su tutti i fronti chi s'è armato s'è armato, da Trieste in giù, per imporre la propria verità, la propria storia e la propria cultura ad altre etnie. L'antica consuetudine, millenaria e non secolare, della pacifica coesistenza tra giuliano-dalmati, sloveni, croati, serbi, bosniaci, montenegrini e austriaci è andata distrutta post caduta dell'Impero Asburgico.

Per questo, integro subito un secondo frammento: meno esteso del primo ma altrettanto chiaro. Si parla dei croati degli anni Novanta: “Magari erano convinti che il loro figlio fosse morto per la patria, ignari che la guerra era servita a Tudjman per coprire le sue malefatte, che avevano portato lui e la sua famiglia, il suo clan, ad arricchirsi e la Croazia al disastro economico” (p. 105).

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Detto ciò – e riconosciuta chiaramente la natura politica del romanzo, sana e condivisibile, passo a parlare della trama e dello stile dell'artista; perché Diego Zandel, coraggioso esule fiumano, romano d'adozione, è un buon narratore capace di tenere ben salde le sue storie, e di dipingere belli vivaci i suoi personaggi. “I confini dell'odio” è la storia di Bruno Lednaz [Zandel al contrario], cittadino partito per Fiume nei giorni caotici post primo armistizio, nella guerra fratricida tra croati e serbo-bosniaci. È partito per Fiume, lui scrittore, non per raccontare quel che sta capitando, ma per seppellire suo padre, vecchio italiano fiumano, nella sua madrepatria. “Voglio tornare nella mia terra per sempre” era stata la volontà paterna, biascicata con le ultime forze. Era passato più di mezzo secolo da quando era fuggito, assieme a centinaia di migliaia di altri cittadini, dalla sua casa e dalla sua terra, pur di non vivere sotto la Jugoslavia di Tito: nazione straniera, nazione totalitaria.

Bruno non riesce a trovare un posto nel cimitero cittadino di Cosala: vicino a suo padre ci sono le bare di tanti, troppi giovani soldati, i cui corpi sono stati recuperati quando in Krajna quando in Slavonia. Mentre si trova da quelle parti si ritrova – destino – a fiancheggiare i giovani soldati croati, impegnati a contenere, a dispetto della tregua, le minacce serbo-bosniache, a volte approfittandosene per fare del male a civili inermi. Bruno prende le distanze da tutti, e registra tutto il male che macchia quelle terre.

Cresciuto a Roma con una nonna istriana, di etnia slava ma orgogliosa del suo sangue misto, aveva imparato dalla sua viva voce il dialetto di quelle genti; grazie a quel dialetto poteva interagire come niente fosse con tutti. Alle spalle Bruno ha i ricordi degli slavi che vedeva da bambino, al confine: minacciosi, e non solo per l'orrenda e omicida stella rossa dei partigiani di Tito, quelli delle persecuzioni, delle foibe, del terrore (p. 19). E ha la sensazione di essere cresciuto sapendoli diversi, magari compagni ma non sempre compatibili, per via dell'antica ferita inferta alla sua famiglia e al suo popolo innocente.

Nel romanzo, ritrova la paura degli slavi in divisa quando, ad esempio, i bosniaci al confine spogliano lui e un suo amico di tutto quanto, ridacchiando, certi d'essere impuniti (pp. 46-47); la ritrova quando la contrapposizione tra ustascia croati e cetnici serbi si fa man mano più violenta e atroce; la ritrova quando s'accorge che le uniche vittime di questa nuova guerra sono i figli del popolo e i soldati illusi dalle propagande, mentre i politici e gli uomini d'affari s'arricchiscono, giocando al gioco pericoloso dei confini fatti a tavolini, o al gioco sporco della pulizia etnica.

E alla fine cambia idea. Non vuole più seppellire il padre a Fiume. Perché “non è più la sua terra, questa. Non è più la sua città. Tutto è cambiato” (p. 143). E la tragedia – il supremo sacrificio dei nostri nonni e dei nostri padri è avvenuta invano, perché “la più grande invenzione degli Stati Uniti”, per dirla con Gore Vidal, e cioè la Jugoslavia, s'è rivelata non soltanto tutt'altro che edenico rifugio per i comunisti di tutta Europa, ma una nazione di cartapesta falcidiata da nuovi e feroci nazionalismi. Averci spazzato via da lì, come Tito aveva imposto e qualche nostro politico italiano permesso, non è servito a niente.

Bruno va via da lì e già parteggia per chi saprà e vorrà opporsi alla nuova Croazia di Tudjman. L'anima a pezzi è quella di chi vede cancellate – e sempre più vaghe – le proprie origini. Non è giusto. Non ha senso. Eppure accade.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Diego Zandel (Servigliano, 1948), giornalista e scrittore italiano, di sangue istriano, nato in un campo profughi da genitori fiumani.

Diego Zandel, “I confini dell'odio”, Aragno, Torino 2002. In copertina, “Non siamo gli ultimi” di Anton Zoran Music.

Gianfranco Franchi, aprile 2010.

Prima pubblicazione: Lankelot.

… e infine cambia idea. Non vuole più seppellire il padre a Fiume. Perché “non è più la sua terra, questa. Non è più la sua città. Tutto è cambiato”