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A papà, S.A.F.

Ogni libro è come un figlio. È un pezzo della tua anima e della tua carne che, a un tratto, prende e ti abbandona e va a vivere di vita propria. A un tratto non t’appartiene più, appartiene soltanto ai suoi lettori. Sono loro che decidono che senso e che significato deve avere. Sono loro che decidono dove deve riposare, dopo l’ultima lettura, e sino a quando. “L’inadempienza” è un figlio che consegno ai miei lettori e ai miei amici dopo dodici anni di studio, lavoro e ricerca: un lavoro terminato, definitivamente, nel 2006. Ho sempre immaginato il mio libro di poesia come un ibrido tra un canone e un canzoniere, come scrive Marco Fressura nella prefazione: per questo in passato avevo pubblicato “laboratori” di versi. In mente avevo un’opera completa, con precisi e determinati equilibri interni: cronologici e stilistici e metaletterari. Adesso quell’opera sta per materializzarsi. E mi sento svuotato. La verità è che sin quando restava vagheggiato e annunciato, restando puntualmente inedito, mi andava bene. Faceva male, ma andava bene. Era diventato come la coperta di Linus. Era la mia adolescenza e la mia giovinezza, quel libro, e non volevo terminasse. La vita ha i suoi tempi, e certe esperienze accelerano i cambiamenti. Adesso che “L’inadempienza” esce, si porta via con sé un bel pezzo di Gianfranco Franchi: finalmente, terminato.

L’inadempienza” non mi apparteneva più da anni. È un libro che doveva uscire nel 2005, per le nostre perdute e piccole Edizioni del Catalogo, come terzo tassello della collana di poesia, prima del “Diario” di Busetta che avrebbe dovuto inaugurare la narrativa – e poi le edizioni END diedero ospitalità al suo (nostro!) libro, un anno dopo. Nel 2005, quando stavamo chiudendo la baracca, avevo la sensazione che molte cose fossero finite. Sembrava uno scherzo del destino che l’ultimo libro in uscita si chiamasse “L’inadempienza”. Il destino ha uno strano senso dell’umorismo. Molte cose sembravano finite, forse anche amicizie che giuravo eterne, e antichi sodalizi. Di lì a breve anche Lankelot avrebbe finito la sua prima vita, ibernandosi in attesa d’una incerta rinascita.

Io non riuscivo più a scrivere versi, e non leggevo più libri, tutto a un tratto. Nausea, rabbia, blocco totale. Non entravo nemmeno in libreria. Chiuso. Lavoravo per un’agenzia pubblicitaria, con dignità, e scrivevo di cose che non mi appartenevano affatto per la prima volta in prima mia, scoprendo l’umiltà e la duttilità del mio mestiere di letterato, e di scrittore. Umiltà che forse non avevo mai avuto. E devo ancora imparare ad avere. La verità è che c’è stato un gigantesco black out. Chiusa la casa editrice, sospeso Lankelot, io impiegato altrove, vivevo un’altra vita e credevo che non sarei mai più tornato indietro. Volevo consegnare la letteratura al passato, essere altro, rinnegarmi.

Un giorno, Gordiano Lupi mi scrive una mail. Mi chiede se ho narrativa da proporgli. Non so cosa l’abbia spinto a cercarmi: eravamo amici, ma non credevo di interessargli come autore. Gordiano è stato l’uomo del destino. È lui che ha innescato tutto quel che è successo. Ricordo che quel giorno tornavo dall’ufficio, tutto tranquillo, pensando alla cena e alla birra e al film che mi sarei guardato. Un bel borghese che stava dimenticando, per dolore e per rabbia, ogni cosa. È andata così, che gli ho spedito il mio unico vero romanzo, “L’ombra”, ma a Gordiano sembrava troppo corposo. Mi ha chiesto se avevo dell’altro. Allora gli ho proposto un esperimento, “Febbre”, che adesso non esiste più: era una sorta di romanzo breve lirico e allucinato. A Gordiano sembrava bello e invendibile. Aveva ragione. Ma altro non avevo: solo racconti, quelli pubblicati su Lankelot nella mia vecchia rubrica, “Disorder”. Gordiano ha deciso di leggerli. Ho assemblato i 27 pezzi (dovevano essere 28: abbiamo scartato “Io sono arabo”, e direi che è stata una saggia scelta. Io sono al limite mitteleuropeo, e comunque romano) e glieli ho spediti. Intanto, vivevo normalmente altrove. Tutto stava diventando opaco. Speravo, forse, che Lupi mi scartasse. Così avrei voltato completamente le spalle anche agli ultimi rimpianti. Sgravandomi di un senso di nausea per me stesso, per il fallimento di anni di studio e ricerca, per tutta una serie di cose non pubblicabili.

Invece, Gordiano si porta “Disorder” al mare. Era estate. Legge e approva, e mi scrive una bellissima lettera che sempre conservo. Mi dice, pubblichiamo. Tra me e me penso: è pazzo. Chi vuole leggere racconti? Soprattutto: chi vuole leggere i racconti di uno che ha deragliato da tutto e non ha mantenuto nessuna delle tante vuote promesse? Invece ha avuto ragione lui. “Disorder” ha venduto quasi mille copie, senza distribuzione standard nelle librerie. E mi accorgo, due anni dopo, che è stato molto amato. Grazie, Gordiano.

Quando abbiamo presentato il libro, a Roma e a Trieste e a Sassari, ancora lavoravo nell’agenzia pubblicitaria. Ma stavo cambiando atteggiamento. Qualcosa in me si stava risvegliando. Stavo ritrovando fiducia e consapevolezza. Lankelot stava tornando a vivere: in tutti i sensi. Mi sembrava che nel giardino arido e malato della mia anima stessero tornando dei piccoli fiori. Voi eravate i miei fiori, voi ragazzi di Lankelot, e la letteratura: io la terra che soffriva e cercava acqua e luce. Qualcosa del genere. Il nostro sito riprese energia. Qualcosa s’era rimesso in movimento. Il golem era fatto d’un’argilla nuova, e più forte.

E poi ho scritto “Pagano”, che racconta un passaggio che forse è una restituzione. Dalla borghesia all’assoluto precariato letterario, dai miei fake plastic trees, giornate equilibrate e placide e oneste, a questi miei alberi grossi e sghembi, giornate caotiche, convulse e incerte. Ma mie, sporche del mio sangue e del mio sudore, mie. E va bene, non è un diario questo, basta. È una confessione su un argomento. È la storia di un libro. Tagliamo tutto il resto. Forbice, via.

L’inadempienza” racconta che ho smesso di scrivere versi nel 2006. Vero. Non avevo più niente da dire. Non mi sono mai ripreso, come poeta dico. E non intendo tornarci su. Io sento di avere, adesso, narrativa e saggistica “altra” da creare, è così. Ho smesso perché ho capito che s’era rotto qualcosa. Adesso so che era diverso: era terminata. Finita. Diverso. L’incoscienza e l’ingenuità non ci sono più, e nemmeno la voglia di idealizzare l’amore. Quando accade, è un miracolo, punto. Non c’è più la voglia di scrivere “morte” e “dolore”, perché sono parole che hanno assunto altro significato. Non voglio più dare la sintesi della mia anima in versi. Questione troppo privata, e nessuna ispirazione e nessun desiderio di pubblicarla. Ma quel libro vive, “postumo”, come dice Karlsen. È vero.

E allora va bene quella copertina di Marco Fressura. Io ero così. Una faccia che guardava dritto davanti a sé. Puntavo un muro. Volevo distruggerlo. Il muro ha distrutto me. Sono cose che succedono. Ma sono sopravvissuto. Soltanto, diverso. Vorrei dire tante cose sui versi che (spero) presto leggerete: il libro è disseminato di reminiscenze letterarie, rock, pittoriche, cinematografiche, spesso abbastanza ben nascoste. Il gioco, in questo senso, è padre di certe dinamiche dei miei libri di narrativa. Stesso principio. Non dirò niente e magari ci divertiremo a stanarle assieme, negli anni. Pronto a smentire chi scopre la verità su certi titoli, e certe parole. Nudo, quel libro è il mio ritratto di Dorian Gray. Invecchio e cambio, e là rimango quel musone che ero, massimalista e pazzo. E sprovveduto e senza senso pratico, ma vivo.

Tengo a ringraziare, a questo punto, tutti quelli che hanno dato vita all’opera. Stavolta sì, devo proprio. È giusto. Marco Fressura (Università Roma III), art director, impaginatore e curatore del libro, è il fraterno amico che sinora ogni mio libro ha curato e editato: con l’eccezione di “Disorder”, lui è il mio storico sodale e compagno di patrie lettere, e di editoria. Quest’anno festeggiamo dieci anni di imprese: dalle riviste ai siti ai libri. Sempre insieme. E avanti così. Senza Marco non avremmo avuto, tra l’altro, quei bei margini, quei bei font, sterminio dei refusi e delle imperfezioni testuali, leggibilità così alta e via dicendo. E forse non avrei fatto niente di degno.

Ha scritto la prefazione con Patrick Karlsen (Università di Trieste), mio fratello di latte, che mi ha insegnato cos’è l’amicizia e cosa significa l’eternità. A lui devo la speranza e la fiducia nel genere umano. È un grande letterato e darà vita a nuove pagine splendide, di storia, narrativa e poesia. Quest’anno festeggiamo 26 anni di amicizia su 30 di vita: the best is yet to come.

Nicola Vacca, poeta e critico letterario, ha prestato la sua scrittura politicamente scorretta e la sua anima libera per una prefazione che giudico, personalmente, modello di lettura. È un empatico. Angela Migliore, scrittrice e critica letteraria, ha tenuto fede alla sua sensibilità e alla sua dimostrata capacità di dominare e amare un testo, scrivendo pagine intense, femminili e gentili. È una delle bandiere vere di Lankelot. Luciano Troisio (Università di Padova), che senza nemmeno avermi mai incontrato aveva scritto la quarta del laboratorio ultimo, “Ombra della fontana.”, non ha scritto niente ma gli voglio bene lo stesso. È un maestro. Stefano Scalich, editor e caporedattore di Arcana, con cui mi onoro di collaborare da molti mesi, ha scritto la quarta di copertina. Sapendolo prossimo a insegnare l’arte della Quarta di Copertina a Urbino, reputo il privilegio doppio. La nostra amicizia e il nostro sodalizio daranno vita a cose belle: nostre, e pulite. E questo conta. Maurizio Ceccato, art director di tanti editori di qualità piccoli e medi, grande talento e anima prima della scena romana, mi ha donato due splendide illustrazioni. La sua amicizia mi onora, e la nostra collaborazione mi regala ogni giorno nuove e fertili idee. Grazie.

Grazie a voi tutti, che in questi anni avete scelto di confrontarvi con me, giorno dopo giorno: Lankelot è vivo dal 2003, ad aprile sono 6 anni di vita passati insieme. Grazie a chi leggerà e non dirà niente, e a chi vorrà parlarne. Grazie a chiunque abbia ispirato un solo verso. A chi ha dato consigli, a chi ha criticato. Alle donne che ho amato e perduto, e a quella che poteva essere l’unica se solo io non fossi stato io. Alla donna che adesso mi sta al fianco, in questo momento triste, doloroso e difficile per tutta la mia famiglia, illuminato da questo piccolo raggio di luna e di sole che viene dal passato: “L’inadempienza”. A Gordiano Lupi, che ha scelto di avere fiducia in me per la terza volta, e come autore mi ha scoperto e lanciato. Magari non valgo abbastanza, ma io ti ringrazio tanto. Ce l’ho messa tutta, e tutto ho dato.

Ci vediamo alle presentazioni, ragazzi. A tutti voi, intanto, ancora: di cuore: grazie.

L’INADEMPIENZA: NOTIZIE UTILI

Questo è il primo e ultimo libro di poesie di un autore che – fino a questo momento – ha preferito pubblicare solo raccolte incomplete. Dopo due “laboratori sperimentali”, “L’inadempienza” costituisce e rappresenta il sigillo su oltre dieci anni di versi: ho sempre avuto in mente il progetto di un “Canzoniere”.

STRUTTURA: “Rivelazione” (1995-1999) è quel che pensavo d’essere, e quel che sentivo fosse la poesia negli anni dell’adolescenza: c’è diversa architettura e diversa sintesi. “Incompiuta” (1999-2000) è la prima coscienza dell’imperfezione, della crepa nel muro che è la poesia, dell’infinita ricerca d’un’evoluzione e d’una diversificazione: della necessità della sperimentazione, della deviazione. “Le rovine del tempo” (2001) è il primo strato di scrittura nuova, ibrida dell’entusiasmo e dell’innocenza originaria e delle letture, dell’esperienza e delle sperimentazioni successive. C’è l’embrione di oggi.

L’Ade” (2001) è un poemetto figlio del male che ho guardato negli occhi; è la mia sfida alla morte, e alla depressione.

Lucilla delle mie ombre” (2002) è un omaggio all’amore perduto. Scritto mentre lo stavamo vivendo.

L’inadempienza” (2001-2006) è tutto quel che so e ho capito debba nascere, ma non riesce o non sempre vive; per limiti del tempo, dell’alterità, della fonte; dell’esistenza, in sé. È amore puro e perduto e capriccio assassinato.

POETI di RIFERIMENTO.

Ovviamente Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Sergio Corazzini, Ian Curtis, John Keats, Novalis, Samuel Beckett. Ma devo altrettanto a Catullo, Orazio e Virgilio. Il resto, lo lascio alle vostre intuizioni e alla vostra fantasia. Ho letto circa trecento poeti diversi – almeno un libro d’ognuno di loro – e non posso non dire che m’abbiano segnato Lermontov, o Rilke, o Trakl, o Rimbaud, o Gozzano. Tra i contemporanei viventi, avallo vicinanza a tre nomi: Tommaso Ottonieri, Patrick Karlsen e Luciano Erba.

Giudico la Vita Nova superiore alla Divina Commedia. Il mio Dante è il primo Dante.

IDEOLOGIA: disprezzata, e assente.

LINGUA: Letteraria italiana ibrida, postmoderna. Troverete quindi latino, inglese, greco, tedesco, romanesco.

SPIRITO: barbaro. Io raccolgo il testimone di Campana: non ho padri, non ho maestri, non ho altro movimento che non sia Lankelot. Disconosco la poesia contemporanea figlia delle avanguardie ideologizzate. Sono e rimango laterale.

Gianfranco Franchi, settembre 2008.

Prima pubblicazione: Lankelot.