Tic, Er Cane e via Bertani: nel mondo di Kraushaar

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EK!

Kraushaar è un inventore, un giornalista, un editore e uno scrittore romano, classe 1977: è uno dei papà dell’etichetta di grafica e abbigliamento “I Have a Dream” (quella della “metropolitana dei sogni” di Roma), delle mensole-libro (libri-culto: mensole affidabili), delle parole magnetiche (Scripta Magnet): è il demiurgo del mondo surreale di Er Cane, della casa editrice Tic Edizioni (fondata nel 2011). Ha una bottega trasteverina, dietro san Cosimato, in via Bertani, a metà tra un laboratorio artigianale, una vetrina, un covo elfico e una libreria di modernariato (in termini vetero-sclaviani, una buffa Safarà). È stato direttore della rivista Metromorfosi; ha pubblicato, come narratore, due libri seminali, oggi introvabili; sta pubblicando, da editore, lavori, come quello di Gherardo Bortolotti, considerati “seducenti” dall’augusto Cortellessa (doppiozero) e “ragguardevoli” da Manganelli (Alfabeta 2). Emanuele Kraushaar, EK, è uno che va raccontato adesso, perché adesso si stanno davvero sprigionando la sua fantasia e la sua creatività.

Mi sbilancio: tutto ha avuto inizio da un altro Tic: “Tic” il libro d’esordio di Emanuele Kraushaar, datato 2005. Una raccolta di racconti-flash, massimo due cartelle. Erano paradossi, calembour, stravaganze o piccole boutade. “Tic” era come una raccolta di strisce di fumetti, come quelle dei vecchi quotidiani. Quanto ha avuto influenza sulla tua successiva attività artistica (penso al libro “Maria De Filippi“, penso al libro der Cane) e sulla tua innovativa attività editoriale (ovviamente, penso alla scelta della “microepica” di Bortolotti)?

Tanti anni, fa quando iniziai a scrivere, trovai subito nella forma breve il mio modo per raccontare. Una sera, tornato dal lavoro, mandai alcuni racconti a un editore di Milano. Credo che mi contattò addirittura la sera stessa e mi mandò il contratto per fax. Quando mi chiese che titolo dare al libro, gli dissi semplicemente “Racconti” e lui mi rispose “non sei Hemingway”; così tirai fuori il nome Tic (Atì, 2005) che per me nel tempo diventò anche la forma stessa di quella mia scrittura. Negli anni ho continuato a scrivere racconti brevi (o meglio tic) e il mio secondo libro (Maria De Filippi, Alet, 2011) non è altro che una raccolta di tic legati all’ossessione per il programma Uomini e donne. In un certo senso anche il libro der cane è un’estremizzazione di questo tipo di scrittura breve: il centro della narrazione è scaturito da Mimì, la cagnolina che vive con me da oltre tre anni (e che in questo momento è appiccicata al mio braccio destro, impedendomi di scrivere a gomiti larghi). Quando è nata la casa editrice, il primo nome a cui ho pensato è stato Tic Edizioni: dopotutto il desiderio di diventare editore era scaturito come un tic improvviso, così come tante delle idee che sono saltate fuori negli anni. La mia passione per la scrittura breve è viva anche come lettore e Bortolotti è uno dei miei scrittori preferiti. Il suo Quando arrivarono gli alieni (Benway, 2016) è stata per me una delle letture più suggestive degli ultimi anni. Il suo punto di vista è veramente unico e la sua voce si può riconoscere tra mille altre; così, pubblicare un gioiello di microepica come Storie del pavimento, è stata per Tic Edizioni una vera missione.

Quando uscirà il tuo prossimo libro, come scrittore? Puoi anticiparci qualcosa? Da anni io aspetto che vengano pubblicate le “Lumache” di Kraushaar…

A dirti la verità non ne ho idea: negli anni ho continuato a scrivere racconti brevi, ma come sai meglio di me, con questa forma non è semplice attirare l’interesse degli editori. Inoltre i miei racconti sono molto spesso velocissimi. Devo anche ammettere di non essere ossessionato dalla pubblicazione: mi piacerebbe che i racconti venissero accolti per quello che sono, senza snaturarli per doverli fare uscire a tutti i costi. Negli ultimi anni, oltre ad aver collaborato alla sceneggiatura di un film che dovrebbe uscire in primavera, ho scritto una serie dedicata al mondo degli alieni. Alcuni racconti sono stati pubblicati su Parallaxis (Ekt Edikit, 2014), una rivista di fantascienza e dintorni, in L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad, 2015, a cura di Paolo Zardi) e in Propulsioni d’improbabilità (Zona42, 2017, a cura di Giorgio Majer Gatti). Nonostante non sia un esperto del genere e il mio interesse per il mondo alieno sia soprattutto di natura psicologica, la forma breve dei miei tic è stata accolta bene oltre le colonne d’Ercole del reale.

Entriamo nel mondo della Tic Edizioni. In questi ultimi mesi, stanno spopolando i magneti der Cane, il calendario perpetuo der Cane e il libro der Cane. Puoi raccontarci come sono nati questi progetti? Come hai scelto l’illustratore, Enrico Pantani? Cosa possiamo aspettarci, in prospettiva?

Come dicevo prima, Er cane è un’estremizzazione del concetto di scrittura breve e dell’ossessione che mi ha dato un tema. L’idea è nata in modo del tutto spontaneo. Mi sono ritrovato a convivere con una cagnolina trovatella che mi ha stravolto la vita. Dopo anni di vita sregolata, adesso è lei il mio metronomo e detta i tempi delle mie giornate dalla mattina alla sera. Seleziona le mie amicizie e, a dire il vero, anche le mie relazioni. Sono entrato come in una dimensione diversa: per me c’è un prima e un dopo er cane. Questo sconvolgimento l’ho portato sulla carta scrivendo pensieri brevissimi legati a lei. E soprattutto è stato fondamentale il fastidio che provavo all’inizio quando mi chiedevano “Er cane come sta?” e io rispondevo “È una cagnolina, si chiama Mimì”. Questo continuo ripetere “Er cane”, “Er cane”, “Er cane”, senza alcun rispetto per il suo genere, mi ha fatto capire che “Er cane” qui a Roma è un concetto molto ampio che andava approfondito.

L’incontro con Pantani è stato fondamentale. Lo avevo notato su internet grazie a un “mi piace” galeotto messo da Riccardo Falcinelli a una sua vignetta. Mi ricordo che una sera ero con alcune amiche in un bar e mostravo le sue illustrazioni, senza smettere di ridere. Loro mi dicevano “E allora?” e io rispondevo “E allora cosa? Questo è Pantani”. Così qualche giorno dopo acquistai un suo libro e mi accorsi che la sua arte non ne veniva fuori benissimo, perché secondo me ci voleva una stampa di tipo diverso che mettesse in risalto le sue doti pittoriche. “Questo è un lavoro per Tic” pensai e così gli proposi di pubblicare; all’inizio c’era solo l’idea basica “Facciamo un libro”.

Quando andai per la prima volta a Pomarance per Scarabocchio, il festival di fumetti e produzioni visive organizzato proprio da Pantani, e lui vide Mimì, fu subito amore a prima vista; così nacque l’idea che il libro da pubblicare potesse essere proprio quello der cane. Il risultato che si vede ora (decine di magneti, il libro, le cartoline, i poster, i fiammiferi e il calendario perpetuo) sono il risultato di molto lavoro, di scelte difficili e di incontri (con Mimì siamo andati altre due volte a Pomarance e proprio dalla nostra terza gita di lavoro nello studio di Pantani è stato concepito il libro).

Il rapporto tra noi è particolare: in un certo senso siamo i tre autori del libro; Pantani si è fatto addirittura un tatuaggio der cane e lei ogni volta che lo incontra sa di vedere una persona speciale. Il tratto di Pantani è immediato, piace a tutte le latitudini: lo so per certo dato che da Tic, in libreria, davanti alle sue illustrazioni ho visto ridere giapponesi e americani, francesi e australiani (e questo è il motivo per cui il libro è anche tradotto in inglese). Ora credo che stia in una fase nuova di creatività. Per me è un grande artista e spero di collaborare ancora con lui sia come coautore che come editore: penso abbia molto da dire.

Passiamo alle “parole magnetiche“, alla tua “scripta magnet”: a partire dal primo, storico barattolo, padre di spiazzanti calembour e di ghiotti non-sense, ormai credo esistano dozzine di combinazioni diverse, tra le parole romanesche, le “parole orrende”, le “favole magnetiche”, le “parole del Futurismo”… com’è nata l’idea?

Qui devo tirare dentro due nomi storici di Tic Edizioni: Alessandro Alessandroni e Andrea Falegnami, che mi hanno accompagnato in quest’avventura nei primi anni. L’idea era quella di creare qualcosa di diverso e originale: prodotti che avessero a che fare con la scrittura, ma che non fossero necessariamente libri (non solo la collana Scripta magnet, ma anche le mensole-libro de I classici sospesi nascono con quest’idea). Le parole magnetiche possono essere un gioco sfizioso, ma anche un ottimo supporto alla creatività. Qualche giorno fa una cantante mi ha ringraziato perché grazie alle parole magnetiche è riuscita a creare i testi di alcune canzoni. Tra le tante confezioni pubblicate, ci sono le #paroleorrende (a cura di Vincenzo Ostuni e Valentina Salvati, con l’approvazione dell’Accademia della Crusca), Amarcord – Parole magnetiche del cinema (finalmente è possibile dire: “Magda, sei solo chiacchiere e distintivo!”), le Canzoni magnetiche (si possono creare testi unici e inarrivabili come “A Roncobilaccio nel peggiore motel, tra l’oleandro e il baobab, mi venne incontro un gattino annaffiato”), lo Yoga magnetico (a cura di Federica Morrone), le Parole in romanesco (a cura di Graziano Graziani), poesie come L’infinito di Leopardi (da riscrivere all’infinito), le elegie di Saffo e Catullo, i Magneti del Capitano (Whitman) e il sonetto magnetico di Cecco Angiolieri (una confezione a forma di scatola di fiammiferi per accendere la polemica dovunque ti trovi). Ma forse l’aspetto più interessante è quello educativo: in questo caso le Favole magnetiche sono molto utili per bambini che hanno appena imparato a leggere, ma anche per stranieri che vogliono studiare l’italiano o per chi ha difficoltà di apprendimento. La soddisfazione di chi le ha usate è per Tic Edizioni l’aspetto più importante del lavoro.

Passiamo ad altro. Poco tempo fa, hai pubblicato la buffa e misteriosa Fantasmappa romana, curata da Alberto Toso Fei e illustrata da Manfredi Ciminale. Ci racconti qualche retroscena?

Alberto Toso Fei è uno scrittore esperto di misteri di Venezia e di Roma. Veniva da Tic con il suo cagnolino Bric e mi ha colpito da subito, perché a differenza di molti altri che propongono le loro idee, si è interessato a Tic Edizioni e a quello che fino a quel momento aveva pubblicato. Lavorare con lui è stato quindi un piacere, perché prima che uno scrittore è un ascoltatore (persone rarissime, soprattutto nel microcosmo dell’editoria). Anche in questo caso abbiamo sublimato il concetto di libro e ideato qualcosa di particolare: una mappa guida con suoi testi su luoghi misteriosi romani. Le illustrazioni sono di Manfredi Ciminale. Manfredi, che ha un tratto molto riconoscibile, ha firmato anche l’immagine di locandina della libreria. Anche se è un bertaniano (via Bertani è la strada dove ha sede Tic, ed è in un certo senso la via degli illustratori di Roma), ci siamo conosciuti proprio a Pomarance durante Scarabocchio. Lo considero un talento assoluto, tra l’altro in crescita esponenziale.

“I Have a Dream”: non c’è un avventore di “più libri più liberi” e della tua bottega, giù a Trastevere, che non abbia notato la tua mitica mappa della metropolitana di Roma (come maglietta, come borsa, etc). Probabilmente una delle satire più convincenti e sacrosante delle contraddizioni, delle ridicole ambizioni e dei casini della Roma odierna. Com’è nata l’idea? Quanto eri esausto di Roma? Con me puoi parlare tranquillamente (come sai, a un certo punto, ero fuggito; ovviamente, no, non è bastato)…

Anche in questo caso dobbiamo risalire alla prima fase Tic quando c’erano ancora Alessandro e Andrea. Come altri prodotti di Tic Edizioni (anche il Rosicone, per esempio), l’idea era quella di scherzare su alcuni aspetti della città. Se ci guardiamo intorno pare ci sia rimasta solo l’ironia. E visto che non è poco, è bene tirarla fuori quando pensiamo ai mezzi di Roma, che non saranno mai interi e sembrano sempre più quarti. Per quanto riguarda la mia città, non riesco ad immaginarmi altrove, perché solo la luce di qui mi fa sentire nel reale, nel presente e appunto a Roma (una tale sintonia con i colori di un luogo credo di averla provata solo a Palermo). Questa città ha creato pure il traffico, perché grazie al traffico noi la possiamo ammirare meglio… Ovviamente sto scherzando, anche se appunto quando mi capita di stare fermo, cerco di perdermi nei colori del cielo romano e in qualche attimo ritrovo la pace.

Una vita fa, Emanuele Kraushaar era un laureato in Lettere Antiche – un ragazzo che sognava qualcosa di estremamente differente. Ci racconti com’era il tuo mondo nel 2003, 15-16 anni fa, ben prima del tuo incontro-scontro con l’editoria? Cosa ti aspettavi dal tuo futuro? Cosa desideravi di più?

Già a quei tempi (Pindaro permettendo, cito Pindaro perché l’esame sulle Pitiche è stato una delle cose più complicate che mi sia capitata nella vita), scrivevo e avevo una fantomatica casa editrice privata (Edidà) con cui stampavo in tirature di due, cinque o dodici copie. In realtà anni prima avevo già fatto la gavetta da libraio. Ancora bambino avevo tirato su una bancarella di fumetti sulla spiaggia dell’Isola d’Elba: non dimenticherò mai un ragazzo che con cinquemila lire comprò tutti i volumi per regalarli alla fidanzata. La corsa sulla spiaggia verso il mare sventolando la banconota è uno dei fotogrammi più preziosi della mia infanzia. Anni dopo, un ragazzo che lavorava per una libreria estiva a Santa Severa e che era pieno di amanti mi affidò tutti i banchetti per potersi assentare e dedicarsi ai suoi amori clandestini. Dopotutto non sarà stata la Summer of Love degli anni ’60, ma nel nostro piccolo pure sul litorale laziale degli anni ’90 non si scherzava: ricordo che il libro più sfogliato dai clienti era un testo illustrato sui cento modi di fare l’amore. Poi, subito dopo l’università, prima del mio incontro-scontro con l’editoria dal lato editore, lavoravo in un posto e in questo posto mi chiamavano Fulmine perché ero velocissimo a fare il mio lavoro.
Io ero andato lì per un lavoro, ma dopo un po’ iniziarono a chiedermi di fare anche altri lavori. Mi chiamavano: “Fulmine, vieni qui! Mi si è rotta la stampante” e io riparavo la stampante, anche se non era il mio lavoro.
“Fulmine c’è da scrivere questa lettera all’ambasciatore dello Zimbabwe” e io scrivevo la lettera all’ambasciatore dello Zimbabwe, anche se scrivere la lettera all’ambasciatore dello Zimbabwe non era il mio lavoro.
In realtà c’erano altre persone che dovevano fare questi lavori, ma queste persone non facevano niente, nel senso che se tu gli dicevi “C’è da fare questa cosa”, loro spalancavano gli occhi e rispondevano “Cosa?” e allora tu dicevi “Niente” e così loro si sentivano sollevati e dicevano “Ah, bene” e tornavano al loro posto o scomparivano nel nulla.
Una volta il mio capo mi chiese di far finta di essere americano. Disse: “Viene una delegazione dalla Croazia e tu devi far finta di essere americano. Non sto a spiegarti, ma è una questione di tasse, costi e cose così, ma l’importante è che loro credano che tu sia americano. Sarà un bene sia per me che per te.”
Io risposi che sapevo spiccicare qualche parola in inglese, ma certo non avrei saputo recitare la parte dell’americano. Il capo replicò che potevo far finta di avere il mal di gola, così non avrei dovuto parlare. Qualche giorno prima di Natale, mi chiese di portare alcuni cesti di regali a una decina di clienti.
In ogni cesto c’erano anche sei uova.
“Fulmine, tu sarai sicuramente più veloce di me.”
“Questo è sicuro, ma il problema è che io non sono capace a portare le uova. Frittate sì, ma uova no”.
Quella fu anche la mia ultima frase al capo, prima di passare in amministrazione e dare le dimissioni. Prima di riaddormentarsi, il responsabile dell’amministrazione disse che anche nel dare le dimissioni ero stato il più veloce di tutti.
Mentre me ne andavo da quel posto una volta per sempre, pensai ai motivi per cui ero stato preso a lavorare lì e non mi venne in mente niente.

Qualche tempo dopo nacque Tic Edizioni.

TIC è a Trastevere, in via Agostino Bertani, civico 9, poco oltre san Cosimato, dall’altra parte della strada. È aperto tutti i giorni dalle 10 alle 19:30 (sì, a volte anche di domenica). Fatevi vivi voi: 06.83973025. Giusto?

Sì.

Gianfranco Franchi, dicembre 2018

Per approfondire: KRAUSHAAR in Porto Franco / Tic Edizioni

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