Tetano metafisico. Tutte le opere

Tetano metafisico Book Cover Tetano metafisico
Giuseppe Vannicola
Aragno
2018
9788884199294

Stravagante, wagneriano e mistico dandy, trascurato dalla letteratura della sua epoca, che forse lo considerava troppo decadente, “troppo musicista per gli scrittori, di troppa letteratura per gli uomini del pentagramma”, Giuseppe Vannicola [1876-1915] è stato un personaggio piuttosto incredibile: tempestivo traduttore di Wilde e di Gide, primo violino nell'orchestra di Arturo Toscanini, alla Scala, per una sola, memorabile stagione (la sua amata russa si sentiva trascurata dalla musica: Vannicola non volle farla sentire seconda), nonostante sia stato, sin qua, totalmente rimosso dalle patrie lettere è ben presente nell'immaginario collettivo: è il protagonista del celeberrimo quadro di Lionello Balestrieri “Beethoven” [1900; oggi al Museo Revoltella, Trieste], è il violinista che incanta il pittore e la sua musa e commuove i suoi compagni. Tutti abbiamo in memoria questa tela, soltanto non ne conosciamo più il segreto.

Vannicola doveva essere protagonista di una biografia di Papini, ma è morto, probabilmente ammazzato, a Capri, appena trentottenne, prima che potesse cominciare a raccontargli tutto. “La sua vita, la sua figura, la sua maschera furono di per sé opere d'arte non scritte – e che non si dimenticheranno. D'un genere bizzarro, che in Italia non va molto – ma chi le sapesse capire e rendere non se ne pentirebbe”, scriveva Papini nelle sue “Stroncature” [Libreria della Voce, 1916]. Sergio Corazzini aveva fatto in tempo a riconoscere, nel suo “De profundis clamavi ad te”, “visione pura e magnifica del Suono”, “opera di profonda sapienza e di soave poesia”.

Marinetti, amico di quell'ultimo bohème, chiacchierato plagiario, lo considerava “troppo ispirato per poter fissare, in qualche modo, la sua ispirazione”. Per il padre del futurismo, Vannicola “scrisse, tentò tutte le forme letterarie, sempre lanciato in folli e mirabili esplorazioni spirituali. Anima tentacolare, si logorò le braccia a stringere i più terrorizzanti fantasmi. Tutte le seti della terra, del cielo-inferno che le sue vene mistiche portavano, lo condannarono fatalmente all'alcol. Conservò sempre un misterioso e affascinante sorriso di bambino, un sorriso trionfale, col quale schiacciava tutte le tragiche e prepotenti realtà della sua lunga agonia”.

Gide diceva che al suo fianco dimenticava tutto ciò che non fosse poesia, perché, Vannicola, “J'oubliais près de toi tout ce qui n'est pas poésie”: “Tu credevi, eccessivo in tutto e forse perché l'opera d'arte ti dava un piacere eccessivo, che l'arte stessa fosse un eccesso e che derivasse dalla sregolatezza”. E allora s'abbandonava all'assenzio con una certa naturalezza. Negli ultimi tempi, Sibilla, Sibilla Aleramo lo vedeva discutere di letteratura “con fierezza signorile”, “nonostante la miseria”. Miseria non era parola spesa con leggerezza.

La letterata campana Stefania Iannella ha avuto il merito e la sensibilità di curare questo primo volume dell'opera omnia di Vannicola, per le edizioni Aragno, colmando una malinconica lacuna delle patrie lettere; tolta una magra ripubblicazione del suo ultimo scritto, “Il veleno” [Sellerio, 1981], Vannicola era stato totalmente abbandonato, nelle ultime 4 generazioni, ritrovandosi a essere oggetto di culto delle librerie di modernariato, avide delle sue tirature limitate d'antan. Abbandonato anche dai suoi compaesani di Montegiorgio, nelle Marche, che sino ad oggi non hanno saputo nemmeno realizzare un cenotafio, nonostante una sottoscrizione del 1926: si può sempre rimediare, si deve sempre rimediare. Rimediate.

Il titolo scelto dalla Iannella, “Tetano metafisico”, viene da una lettera di Vannicola a Papini, datata 25 maggio 1907: “Conosco il tuo male. È quello ch'io chiamo 'tetano metafisico'. Ne guarirai. Lo Spirito è sopra di te e troppo tu devi operare per te e per gli altri – sono crisi, le tue, che preparano la Pentecoste. Non così di me. Esse m'hanno lasciato dilettante, indifferente, un po' sorridente – strafottente. Ma io ho trent'anni, mi sono nevrastenizzato con Wagner, e Bacco, Tabacco e l'Altra m'hanno ridotto 'su fumo di sigarette'. Spiritico, artritico, nevropatico, io mi sono ridotto a sorridere, fra una convalescenza e l'altra”. Quel sorriso si riconosce qua e là, tra le pagine di questo volume, e ha qualcosa di famigliare e di sconfortante.

Com'è fatto “Tetano metafisico” [euro 35, pp. 612]: graficamente è una classica, elegante “Biblioteca Aragno”, blu notte; strutturalmente, è suddiviso in un micidiale saggio introduttivo della Iannella, capillare, sentimentale e decisamente erudito, seguito da una sua nota; a ruota, ci sono 5 sezioni: “Tutte le opere”, la sintetica “Poesie”, poi la corposa “Prose pubblicate in periodici e quotidiani”, quindi “Prefazioni alle sue traduzioni” e “Pubblicazioni postume”; seguono una robusta bibliografia [notevole la voce “bibliografia relativa a Vannicola” così come l'elenco delle “Principali fonti archivistiche”], i dovuti ringraziamenti e l'indice dei nomi.

Sfogliamo l'indice della prima sezione, “Tutte le opere”. Incipit è il “Trittico della vergine” [1901], introdotto da una lettera di Butti, che giudica l'operetta “bizzarro ma nobile tentativo di poesia allegorica e di libera verseggiatura”; la Iannella, invece, considera quello scritto una meditazione sulla purezza: “questo trittico intriso di simbolismo misticheggiante mostra l'inesorabile corruzione della purezza, e la facilità con cui qualsiasi innocenza possa essere indotta al peccato, d'altro canto esso è quasi una dimostrazione che il germe del peccato è radicato nella creatura stessa”. Segue la versione francese del “Trittico”, pubblicata a Firenze nel 1905.

Quindi, ecco l'agognata “Sonata patetica” [1904], lettura fondamentale per tutti gli appassionati o gli infestati dalla celeberrima tela di Balestrieri: è una meditazione sul suicidio, sull'amore, sulla felicità, sull'arte. Per la Iannella, “si avverte subito la natura anomala del suicidio annunciato, peraltro in tono vivace, sia dall'enigmatica intenzione 'io vi creo nel futuro', ripetuta tre volte, sia dal fatto che la decisione non è ascritta alla sofferenza, ma al contrario alla ricerca della felicità. Il tema ossessivo del racconto è questa 'ricerca febbrile'”, debole nella caratterizzazione dei personaggi diversi dall'io narrante.

A ruota, “De profundis clamavi ad te” [1905], dedicato all'amata Olga, libro nato nei loro giorni fiorentini: “Non ci liberava il grido né dal Dolore di Beethoven, né dall'Angoscia di Schumann, né dal Languore di Chopin, né dalla Ricerca di Wagner. Ma pareva indicarci una via, una via che, come tutte le vie, conduceva a Roma”. È una romantica scrittura sulla musica, “grido terribile e supplicante che si perde nell'immenso respiro del cielo dei cieli, là dove non esiste né forma né colore. La Musica è principio. La Musica è fine. La Musica è centro. Essa è l'atto iniziale della volontà e l'atto definitivo della beatitudine. Essa è la Genesi e l'Apocalisse dell'Universo”.

È una ossessiva meditazione su Beethoven, su quel dolore beethoveniano che “costruisce un monumento, e questo monumento è una città, la città di Dio, la città della gioia, la Gerusalemme celeste. Ogni musica di Beethoven è una pietra gettata nelle fondamenta della Gerusalemme celeste”.

È una rivendicazione dell'unicità della musica, “forma assoluta”: “ogni altra arte è una proporzione fra l'idea e la forma, la Musica sola è una sproporzione; poiché tutte le arti sono belle, e solo la Musica è sublime”. La Musica, per Vannicola, è la rivelazione del senso eterno delle cose, e sopprime il nostro io: “ci eleva alla contemplazione degli esseri e della vita nella loro nudità essenziale, annienta la sensazione dolorosa che proviamo alla vista delle catastrofi di cui è piena la vita”.

Quindi, viene “Corde della grande Lira” [1906], balocco di aforismi, laddove si legge che il poeta, “umanizzatore del sovrumano, è l'uomo che corregge Dio”, e che la poesia, “continuazione di Dio, è il rinnovamento dell'arcaico pensiero divino”. La morte? “Compimento del sogno di ognuno: realizzazione di sé medesimo”.

Poi c'è “Distacco. Liturgia della terza persona” [1908], dedicato a Gide; nelle parole della Iannella, un corpus eterogeneo di varii pezzi, quasi caricaturale. “Vannicola ritorna sui temi della felicità e del raggiungimento della vita metafisica per annegamento, per irriderli”; è per lo più un'estetizzazione dell'esperienza monastica dell'artista, durata diversi mesi, dovuta al disprezzo del mondo e all'ambizione di distinguersi. Segue “Qualche cadenza”, apparso in rivista nel 1908, posizionato tra le opere dell'autore dalla curatrice, apparentemente “libello sull'anticonformismo”, filologicamente rilevante; a ruota, l'unico scritto per il teatro, “Elsa l'abbandonata” [1909], originariamente stampato in tipografia per gli attori, considerato da Papini “un po' troppo laforguizzante”, ma non privo di originalità. Segue il trascurabile “Arte d'eccezione”, stampato da Vallecchi nel 1911; infine, il più celebre “Veleno” [1912], già ripubblicato da Sellerio quarant'anni fa, dedicato a Papini; per la Iannella, “gioco di maschere”, poco lineare. La curatrice riferisce che il titolo originariamente previsto era “Il disincanto”, probabilmente più leale allo spirito dell'opera.

La seconda sezione, “Poesie”, è brevissima [appena 2 componimenti, uno del 1903, l'altro senza data] e di scarso interesse; la terza, “Prose pubblicate in periodici e quotidiani”, include pezzi apparsi in “Lacerba”, “La voce” e in “Cronache latine”, dedicati a Oscar Wilde, a Wagner, a Debussy, alla “mistica della musica”, alla vita teatrale a Roma, al futurismo, al cubismo; la quarta sezione, “Prefazioni alle sue traduzioni”, ospita quella di “Salome” di Wilde e dell'“Uomo” di Ernest Hello; la quinta, “Pubblicazioni postume”, altri scritti d'argomento musicale.

Gianfranco Franchi, aprile 2018.

Per approfondire: WIKIPEDIA / Università di Macerata.

Stravagante, wagneriano e mistico dandy, trascurato dalla letteratura della sua epoca, che forse lo considerava troppo decadente, “troppo musicista per gli scrittori, di troppa letteratura per gli uomini del pentagramma”, Giuseppe Vannicola [1876-1915] è stato un personaggio piuttosto incredibile: tempestivo traduttore di Wilde e di Gide, primo violino nell’orchestra di Arturo Toscanini, alla Scala, per una sola, memorabile stagione…