Rue de l’Odéon. La libreria che ha fatto il Novecento

Rue de l'Odéon. La libreria che ha fatto il Novecento Book Cover Rue de l'Odéon. La libreria che ha fatto il Novecento
Adrienne Monnier
:duepunti edizioni
2010
9788889987339

Benvenuti nella “Maison des Amis des Livres”, in rue de l'Odéon, Parigi. Adrienne Monnier v'accoglie raccontandovi dei suoi clienti abituali tra 1915 e 1951. Mister Joyce, mister Beckett, herr Rilke, monsieur Prévert, mister Hemingway, monsieur Proust. Non passavano da quelle parti per caso. Passavano da quelle parti perché in quella libreria si comprava grande letteratura e si faceva grande letteratura. Dal vivo. Qualcuno aveva capito cosa significasse la parola “avanguardia”, e s'era decisa a mostrare quanto fosse rivoluzionaria e solare a tutta la sua città.

1913. Segretaria agli “Annales”, la Monnier, guance rosee, piuttosto bionda, molto comunicativa, occhi grigiazzurri, si sente una traditrice. Traditrice della causa della Letteratura, perché se ne sta comoda comoda con quelli che sono arrivati, mentre sulla “rive gauche” c'è ancora tanto lavoro da fare. Diventa libraia nei giorni tristi della Prima Guerra Mondiale, 1915. Ha 23 anni. I fondi derivano dall'indennità ricevuta da suo padre post incidente ferroviario; e poi i costi dei locali sono decisamente contenuti, in quel delicato frangente storico. La vita è diventata più lenta, la concorrenza è quasi tutta al fronte. È una tragedia d'un popolo, ma nasconde la fortuna d'una cittadina innamorata della letteratura. Adrienne ha tempo per imparare a diventare commerciante. Impara quasi subito una cosa importante: “Diventando libraia non cercai di ingraziarmi per prima cosa gli autori, ma i loro libri, quei libri in cui mettevano il meglio di sé e di noi tutti. Puntai dritto al regno di dio, il resto mi fu dato in aggiunta” (p. 15). L'aggiunta è forse l'amicizia e l'amore e la riconoscenza degli artisti. Come tutti gli uomini grandi, i grandi artisti sono generosi sino alla stupidità.

La Monnier accetta l'invasione di polvere e cartacce, pacchi e fatture; accetta di fare salotto; accetta di faticare a tutto spiano pur di dar vita a un'attività destinata a durare nel tempo, e a segnare il tempo. Accetta di affrontare la drammatica questione degli spazi. Impara a riempire i vuoti, quando il locale è troppo giovane, magari con un bel quadro. Impara ad aggiungere scaffali, quando il locale diventa maturo, giocando a rapire lo sguardo degli avventori.

Avventori mica anonimi. Non sempre, almeno, non solo. Ecco Breton, ieratico e bello. Ecco Apollinaire, che torna ferito dalla guerra e deplora l'assenza di libri di combattenti in vetrina. Ma poi diventa amico. Ecco Satie, che si sente a casa perché quella libreria gli ricorda la bottega di suo papà. Ecco Louis Aragon, il ragazzo più sensibile, gentile e intelligente che si potesse incontrare. E Walter Benjamin, “vero, grande ebreo, un saggio di Israele”. Ecco Cocteau, bambino viziato. E Larbaud, che da solo pretende un intero volume. Ecco Jules Romains, idolo della libraia, primo protagonista d'una presentazione da quelle parti: “Europa”, 1917. Ed ecco Hemingway, gigante senza berretto e in maniche di camicia, “uomo delle caverne dallo sguardo fine e colto dietro placidi occhiali”. Ecco Valéry, spontaneo e gentile. E Beckett, che sembra Joyce da giovane. Anzi: sembra Dedalus. E poi arriva il nostro poeta di Duino, Rainer Maria Rilke. E la Monnier canta: “Esistono due specie di poeti. Ci sono quelli che vengono eletti dagli altri; a giusta ragione vengono chiamati 'uomini rappresentativi'; sono portati al genio da un insieme di circostanze pressoché estranee al loro io. Spesso sono i più grandi, mai i più puri né i più sensibili. Gli altri sono poeti per sé stessi. Innanzitutto vivono. Cantano come le pietre preziose nascoste nel seno della terra. Per scoprirli bisogna cercare. La loro opera ha una sorta di aureola. Non si dà mai tutta intera per potersi dare inesauribilmente. Rilke era uno di questi. Era veramente un poeta angelico, un iniziato, come Novalis, Blake, Rimbaud. Mai nessuno fu tenero e umano quanto lui” (p. 103).

C'è tempo ancora per l'elogio del libro povero, della titanica impresa della traduzione dell'“Ulisse” di Joyce, per insegnare l'arte del prestito e la necessità d'una libreria che sappia essere e comportarsi da biblioteca, pur di educare alla lettura i cittadini. E c'è spazio per un insegnamento magistrale, che chiude questo mio breve articolo con parole che avrei scelto io stesso, se solo le avessi sapute trovare.

“Lo spirito dei libri è un sorriso universale. Mi sforzai dunque di sorridere a tutti: all'inizio mi dovetti mettere d'impegno e a volte anche costringermi a farlo, ma in seguito le piccole vittorie portarono grandi risultati. Il mio sorriso mi faceva sorridere” (p. 17). Sembra semplice, ma è un insegnamento immenso.

Tributo ai letterati, alla letteratura, ai librai e alle librerie, a Parigi e alla sperimentazione, ai lettori e alla propria, perduta giovinezza, “Rue de l'Odeon” dovrebbe diventare un film per conquistare i cuori di tutti, e restituire magia alle piccole librerie delle nostre città. Basta poco. Sorridere, per esempio. Tutto qui.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Adrienne Monnier (Parigi, 1892 – Parigi, 1955), poetessa, libraia ed editrice francese.

Adrienne Monnier, “Rue de l'Odéon”, Duepunti, Palermo 2010. Traduzione di Elena Paul. Postfazione di Edda Melon. In appendice, bibliografia e nota ai testi.

Prima edizione: “Rue de l'Odéon”, 1960.

Gianfranco Franchi, febbraio 2010.

Prima pubblicazione: Lankelot.