Le menzogne della notte

Le menzogne della notte Book Cover Le menzogne della notte
Gesualdo Bufalino
Bompiani
2001
9788845291500

«Per un pezzo nessuno fiatò. Poi il barone: “Eppure queste ore son da passare”, disse. “Il punto è: tacendo o parlando?”

Una volta,” disse frate Cirillo, “ho salvato dalle fiamme un libro, nel castello dei Torrearsa. Un libro di lussurie, ma pauroso nel fondo, che si chiamava Decamerone…”

E con ciò?” replicò il barone. “Se la morte è una pestilenza, vogliamo scordarcene, novellando?”

Dal novellare, no, ma dal confessarsi qualche bene può nascere” rispose il brigante» (Bufalino, “Le menzogne della notte”, capitolo IV, “Decisioni sull’uso della notte”).

Un inferno. La fortezza è l’unico luogo abitato dell’isola. L’isola è un enorme scoglio di tufo. Nessuno è mai riuscito a evadere dalla fortezza. Nell’isola non pascolano bestie, tranne capre di poco latte e una torma di asini senza padrone. Deserto il cielo. I prigionieri sono giudicati “carne da spaccio per le orche del mare”. L’epoca storica è uno stravolto Risorgimento. Nell’isola, non giungono notizie del Re, né del regno. In un certo senso, sono prigionieri anche il vecchio governatore, De Ritis, un tempo valoroso uomo d’arme, e i guardiani. Ma non attendono, di lì a poche ore, una condanna a morte, a differenza di quattro prigionieri. Quei quattro prigionieri. Secondo il governatore, essi sono lo schermo del “Padreterno”, eminenza grigia di un’organizzazione eversiva. Del “Padreterno” si mormorano pettegolezzi; non si conosce nulla di preciso della sua vita. Sembra sia un aristocratico, che sia vizioso giocatore, indebitato fino alle ossa. Del suo “Sant’Uffizio”, formato dai quattro congiurati, si conoscono informazioni meno incerte. Ecco quel che si scrive, nei documenti del governatore, di ciascuno dei quattro prigionieri.

Il barone Corrado Ingafù è il primo di loro. Aristocratico, scampato alla peste, traviato dai liberali, giudicato dal regno malfattore e assassino, è caratterizzato da un incomprensibile terrore per i temporali. Condannato alla decollazione.

Il sedicente poeta Saglimbeni è il secondo. Tenebroso ed effeminato esteta di quaranta anni, avventuriero e rivoluzionario. Catturato sulle scalinate dell’Opera. Di origine dubbia: corsa, o partenopea. Autore di satire contro il trono e contro l’altare. Condannato alla decollazione.

Il soldato Agesilao degli Incerti è il terzo. Orfano, fuggì dal collegio assumendo un’altra identità a sedici anni. Si arruolò nell’esercito come granatiere. Uccise e mutilò un ufficiale, tempo dopo. I documenti assicurano che il soldato sia lo scherano del barone Corrado. Condannato alla decollazione.

Lo studente Narciso Lucifora è il quarto. Insofferente di qualsiasi autorità, diede scandalo in più circostanze in pubblico, nei caffè e nelle processioni. Amico del Saglimbeni, per sua intercessione entrò a far parte del piccolo Direttorio Repubblicano. Condannato alla decollazione.

Il governatore chiede ai quattro prigionieri di tradire il loro capo. In cambio, offre loro l’esilio e la speranza di un futuro rimpatrio, in giorni meno delicati. Lascia loro otto ore per decidere. Tutta una notte. Al termine delle otto ore, dovranno imbucare un foglio in un bussolotto, ciascuno all’oscuro di quel che è stato scritto dagli altri. Sul foglio dovrà essere incisa una croce, nel caso in cui non si accetti la delazione; oppure, dovrà essere indicato un nome. Quel nome. Se anche uno solo dei quattro denuncerà l’identità del “Padreterno”, tutti saranno graziati. I cospiratori vengono condotti in una nuova cella, da dove possono intravedere, nel cortile, il patibolo. A ridosso delle pareti del nuovo carcere, sei letti, sovrastati da un crocifisso. Tutti i letti sono vuoti, eccetto uno. Lì, riposa un leggendario brigante, “Frate Cirillo”, così battezzato dal popolo per via del suo fanatismo religioso. Catturato dopo quaranta anni di macchia, era famoso perché predava, nelle case, prima le librerie e poi le altre stanze; combatteva perché non esistessero più i re, perché ciascuno fosse pari all’altro.

I cinque si domandano come passare la notte. Frate Cirillo racconta loro del Dekameron di Boccaccio: si trova facilmente l’accordo, ciascuno inventerà o racconterà una storia, a turno. E ascolteremo racconti d’amore, d’isolamento, d’odio e di solitudine; storie dove il confine tra verità e menzogna è sempre più labile, perché trionfa l’immaginazione e la disperazione e il sentimento; confessioni e illazioni, seducenti digressioni erotiche e raccapriccianti ammissioni di violenze e di uccisioni.

Questo è l’antefatto dello splendido romanzo di Bufalino “Le menzogne della notte”, straordinaria creazione risalente alla fine degli anni Ottanta; lo stile dell’artista è ancor più raffinato e curato rispetto alla già pregevole opera prima, “Diceria dell’untore”; la lingua è pura lingua letteraria, alta e fascinosa. Sulla linea, inutile forse ribadirlo, di quella letteratura alta che sa risplendere senza cadere nell’ermetismo: sulla linea narrativa tracciata da Savinio, Manganelli, Arbasino. C’è maggior freschezza, per giunta, e maggior immediatezza rispetto alla “Diceria dell’untore”: è più equilibrata la struttura del libro, egualmente simbolico è l’argomento e ormai topica si fa l’attesa e la sfida lanciata alla morte. L’argomento è storia di ideale e di idealisti, e dunque di tradimenti, necessariamente, e di menzogne; è campionatura di varia umanità, sullo sfondo, come si diceva in apertura, di uno stravolto Risorgimento. L’autore si definiva “tentato dal più eburneo inattualismo”, eppure non escludeva tra le sue fiabe si fosse annidata qualche metafora dell’odierno; metafore non difficili da rinvenire, e nell’introspezione dei quattro prigionieri, e nella descrizione del governatore, fedele esecutore degli ordini regi, e nella condizione di totale isolamento della fortezza: sarà forse superfluo ricordare, tra le poderose metafore letterarie del Novecento, come questa condizione di isolamento in una fortezza abbia ispirato almeno un capolavoro assoluto, che già naturalmente si associava alla “Diceria”: “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il libro è dedicato, dall’autore, “a noi due”: nella volontà, affettuosa, di intimidire il lettore. Il lettore, gratificato e affascinato, ha accettato la sfida. «“Fatto sta che, comunque ciascuno di voi abbia or ora sciolto il dilemma, si sia reso o no delatore, tutti voi, sia pure per un istante e nel chiuso del vostro cuore, avete tradito; e se morirete, morirete scontenti di voi e della vostra vita e del vostro morire”» (Bufalino, “Le menzogne della notte”, capitolo XIII, “Diabolus ex machina”).

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Gesualdo Bufalino (Comiso,1920 – Comiso, 1996), dottore in Lettere, romanziere e poeta siciliano.

Gesualdo Bufalino, “Le menzogne della notte”, Bompiani, Milano, 1988.

Gianfranco Franchi, aprile 2003.

Prima pubblicazione: Lankelot.