La vita disperata del portiere Moro

La vita disperata del portiere Moro Book Cover La vita disperata del portiere Moro
Mario Pennacchia
ISBN Edizioni
2011
9788876382888

“Perché il calciatore non è un impiegato, ma è un artista. E se non è un artista, è un uomo-macchina, un oggetto di scambio. Che non paga tasse, o le paga poco. E che fa il soldato, senza però interrompere mai né l'attività né soprattutto i suoi guadagni, al contrario di tanti poveri figli. Siete giovani, avete diritto all'entusiasmo. Potete entrare gratis allo spettacolo delle illusioni. È giusto e maledetta sarebbe una vita che vi negasse questi diritti. Ma c'è una strega, ragazzi miei. E mi dispiace che abbia dovuto presentarvela. Benché voi, conoscendola oggi, possiate salvarvi. E io, invece, mi sono dovuto rovinare prima di conoscerla” [Pennacchia, “La vita disperata del portiere Moro”, p. 66].

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Giuseppe Moro, leggendario portiere di calcio degli anni Cinquanta, veniva da Carbonera di Treviso; era un classe 1921. Secondo Pasolini sembrava Zamora, e secondo Gianni Brera era capace di prodezze così incredibili che quando faceva certi errori sembrava farli a posta. Ex portiere della Nazionale (nove presenze), Moro giocò, tra 1942 e 1956, per parecchie squadre (Treviso, Alessandria, Fiorentina, Bari, Torino, Lucchese, Sampdoria, Roma, Verona), parò una quantità incredibile di rigori (46 su 62), passò per la Tunisia, in cerca di fortuna, e finì male, nelle Marche, poverissimo e dimenticato. Nel frattempo s'era rovinato giocando a carte, gestendo male un bar a Porta Pia, finendo per sentirsi abbandonato da tutti. Da tutti, eccetto che dalla sua famiglia, e dalla fede nel buon Dio.

Diceva Giorgio Ghezzi che vedere giocare Moro era una cosa fantastica, un sentimento magico. Diceva qualcuno che lui era un uomo così innocente che sembrava incosciente. Diceva Zoff che era uno degno di indossare la maglia da portiere della nazionale come nessun altro. Diceva Moro, provando a giudicare sé stesso, che come uomo era un debole e uno spregiudicato. Ma non un disonesto.

A raccontare la sua storia, nel 1965, era l'allora giovane giornalista Mario Pennacchia, sul “Corriere dello Sport”, in dieci puntate. Quella storia adesso appare in volume, grazie a una romantica e notevole edizione ISBN: e così possiamo tornare a studiare la vita “assurda, eroica e disperata” di un campione ingiustamente dimenticato da tutti.

Nella prefazione, firmata Massimo Raffaeli, Pennacchia ricorda che a suo tempo s'incontrò per tre-quattro giorni con Moro, che parlava come un fiume in piena: “Notai subito uno strano contrasto tra l'amarezza dei fatti che raccontava e il suo tono di orgoglio. Aveva conservato quel tono spregiudicato che ne aveva fatto un grandissimo portiere […] E raccontava se stesso come raccontasse un film”.

E si sente. Si sente forte soprattutto la disperazione e la rabbia di un atleta che era stato qualcosa di grande e di unico, e che si sentiva sinceramente abbandonato dal suo vecchio mondo. Si sente il dolore atroce di uno che si sentiva evitato dai vecchi sodali, di uno che non riusciva più a trovare lavoro e non sapeva neanche più a chi domandarlo. Si sente la disperazione di uno che vedeva tanta miseria morale gemella della sua miseria materiale. Si sente l'arroganza e la prepotenza di uno che da giovane si sentiva un campione, e pensava di potersi permettere parecchie libertà, per questo. Si sente il patriottismo di uno che all'Italia teneva davvero. E che la prima volta che scese in campo con la maglia della nazionale, quando la fanfara cominciò a suonare l'inno italiano... “Mi sentii... mi sentii... non lo so che mi sentii. Il cuore mi si fermò. Dalla punta dei piedi alla radice dei capelli, mi venne la pelle d'oca. Tremai, ma tremai veramente. Sa quei brividi che dà la febbre? Io l'inno non l'avevo mai sentito all'estero, in una partita che si sapeva quasi perduta […]. Appena la fanfara smise, in quel niente di silenzio generale, una voce si levò dalla tribuna e arrivò fino a me: 'Forza, razza Piave!'. Era il mio amico Olivieri, di Treviso […]. Quella voce mi scosse, mi esaltò, quasi mi inorgoglì” [pp. 50-51]. E poi fece miracoli. Voli prodigiosi. La rassegna stampa parla chiaro. Peccato non essere stati suoi contemporanei.

Si sente una passionaccia per Roma, città in cui ha giocato e ha finito per naufragare: città amata e maledetta con grande intensità, “perché solo Roma mi ricorda, mi grida in faccia, mi insulta, mi inchioda a due povere, grandi verità: ho vissuto da fenomeno e da fenomeno mi sono rovinato” [p. 75]. E si sente un grande amore per il gioco del calcio, nonostante l'incredibile normalità della corruzione descritta, pagina dopo pagina, squadra dopo squadra. Già: non mancano dei derby Roma-Lazio. Che tristezza. Moro almeno aveva il coraggio di raccontare come stavano davvero le cose. Certo – non poteva finire per farsi tanti amici, in un Paese come il nostro.

Il bravo Pennacchia, dopo aver ascoltato per giorni la storia di Moro, trova la forza e l'umanità per dargli un consiglio grande, e sinceramente ispirato. Questo: che possa accettare e benedire le sue miserie, perché viverle significa mettersi nelle condizioni di potersi riscattare. “Mentre noi, invece, noi dovremo soltanto maledirle. Perché sono lo specchio del nostro egoismo, della nostra ipocrisia, del nostro cinismo, della nostra crudeltà: in una parola, della partita che anche noi abbiamo venduto” [p. 105]. Forse, senza nemmeno averne il talento, e senza saper dare spettacolo. A differenza di Moro. Uno che ha saputo ispirare artisti diversi come Dino Zoff, e Pier Paolo Pasolini. Memorabile.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Mario Pennacchia (Itri, 1928), giornalista e scrittore, ha collaborato col “Giorno”, con la “Gazzetta dello Sport” e il “Corriere dello Sport”.

Mario Pennacchia, “La vita disperata del portiere Moro”, ISBN, Milano 2011. A cura di Massimo Raffaeli.

Prima edizione: “Una vita disperata” sul “Corriere dello Sport”, in dieci puntate, tra 16 novembre e 1 dicembre 1965. Lettere dei lettori: 4 e 18 dicembre 1965.

Approfondimento in rete: WIKI it.

Gianfranco Franchi, Maggio 2011.

Prima pubblicazione: Lankelot.

“Perché solo Roma mi ricorda, mi grida in faccia, mi insulta, mi inchioda a due povere, grandi verità: ho vissuto da fenomeno e da fenomeno mi sono rovinato”