La menzogna e il malinteso

La menzogna e il malinteso Book Cover La menzogna e il malinteso
Vladimir Jankélévitch
Raffaello Cortina
2000
9788870786231

Negli anni Quaranta si sviluppò un dibattito su menzogna e politica, in relazione alla condizione degli oppositori dei regimi totalitari. È in questo clima incandescente che va inquadrata l’opera di Jankélévitch (1903-1985), docente di Filosofia Morale alla Sorbona di Parigi, riconosciuto come uno degli esponenti più originali del pensiero francese contemporaneo.  La tesi suffragata nel libro “La Menzogna” è che la menzogna sia sempre destinata a naufragare, perché la violenza connaturata all’equivoco è destinata ad esplodere: la menzogna aggrega gli uomini, ma crea unicamente “la comunione degli estranei e dei sordi” (p. IX). Jankélévitch concorda con La Senne, sostenendo che mentire è “rinunciare ai vantaggi più lontani che la veracità ci procurerebbe per i benefici più prossimi assicuratici dalla menzogna”: la menzogna è “diserzione e oppio del minimo sforzo” (p. 26).

Queste espressioni hanno contribuito a tratteggiare l’aura di rigorismo che avvolge lo studioso: non stupisca che ciò sia avvenuto, proprio nell’ottica del contratto del malinteso che gli uomini sembrano siglare regolarmente tra loro, equilibrando le loro esistenze mediante inganni e artifici: una dichiarazione di autenticità del genere estrania il suo autore dalla stragrande maggioranza dei suoi simili. Os quod mentitur occidit animam, non manca di ricordarci Jankélévitch (p. 24): sarà necessario allora fronteggiare questa drammatica eventualità, iniziando dalla definizione del concetto di menzogna in quest’opera.

Nell’incipit, Jankélévitch spiega che: “La possibilità della menzogna è data con la coscienza stessa, di cui misura insieme la grandezza e la bassezza” (p. 5). È dunque l’intenzione ingannatrice il parametro per stabilire la differenza tra la menzogna e le altre pseudogorie: un minimo inganno ci mostra le nostre risorse infinite in rapporto al gioco o alla frode, ed è quella animi sententia illustrata da Agostino a creare una discriminante tra la verità e la falsità di chi pronuncia un discorso, poiché nessuno mente optima fide (pp. 11-12). “La menzogna consiste letteralmente nel furto della fiducia” (p. 33), dichiara l’autore, insistendo sulla slealtà dei mentitori.

La menzogna è un logos fraudolento (p. 28), una speculazione sempre prossima a sgretolarsi, ed il filosofo di Bourges è infatti persuaso che il mentitore sia solo, superficiale e continuamente in tensione, poiché la menzogna rappresenta un ti, una verità partitiva che va sempre sostenuta e costruita, per evitare che il reale la smentisca (p. 40). Riconoscere chi mentisce è reso più semplice da alcuni segnali: l’alterazione della voce, il rossore, lo sguardo sfuggente, un sorriso impercettibile (p. 30). Potremmo facilmente obiettare che queste siano attitudini o caratteristiche estremamente variabili da individuo ad individuo, e che potrebbe rivelarsi essenziale una conoscenza assolutamente approfondita dell’interlocutore per sfiorare una almeno approssimativa intuizione dei segnali di alterazione o di deformazione della realtà nel suo linguaggio: trascuriamo le obiezioni, persuasi dalla bontà della vena letteraria del filosofo, spesso consacrata alla spettacolarità e tendenzialmente artificiosa.

Il primo alleato della menzogna è il tempo: trascorrendo, un individuo diventa un altro, e poi un altro ancora rispetto a se stesso, manifestando la natura del divenire. Jankélévitch ammonisce i lettori sulla possibilità di quella che non esita a definire la “menzogna veridica”, ossia quella che “fa passare per un sentimento eterno, per una verità in sé, il messaggio d’un istante” (p. 14). Questo lo scotto da pagare per l’inesorabile scorrere dell’esistenza, per il divenire: ciò che è vero in un istante, in una fase successiva può essere rinnegato, passata la propria iniziale perfetta veridicità. È pur vero però, che ciò che è autentico e solido resiste al tempo.

Il malinteso e l’inconfessabile rappresentano ulteriori pilastri della menzogna: se da un lato dimostrano l’inefficienza e l’impotenza delle parole di fronte alla “ricchezza dei pensieri” (p. 16), dall’altro richiedono che chi le generi mantenga ben salda la doppiezza e l’ambiguità profonda delle proprie affermazioni per poter essere menzogna. Ciò che fa della menzogna un inganno è il contesto sociale: ossia, scrive Jankélévitch, la presenza dell’altro. “La menzogna trova la sua ragion d’essere in un mondo di creature parziali, opache, incomunicabili e segrete l’una per l’altra.(…)la sua vera origine consiste nella rivalità competitiva degli egoismi impegnati nella lotta per la vita, in altre parole nell’incapacità delle persone a coesistere eodem loco” (p. 22).

È probabilmente questo un altro dei tratti valsi a Vladimir Jankélévitch l’accusa di rigorismo: questa sua visione dell’origine della menzogna è assolutamente apocalittica. Dunque può davvero essere la competizione più furiosa a essere la sorgente primaria della menzogna? Non è forse la menzogna a garantire, paradossalmente, la coesistenza pacifica tra individui? “Il mondo va avanti solo grazie al malinteso” scrisse, con sottile gusto del paradosso, Baudelaire. “È grazie al malinteso universale che tutti si trovano d’accordo. Se infatti, per disgrazia, ci si comprendesse, non ci si potrebbe più mettere d’accordo” (Baudelaire, “Il mio cuore nudo”, Rizzoli, Milano, 1998, LXXVIII; richiamato in V. Jankélévitch, “La menzogna e il malinteso”, p. 81).

Quale grottesco e tragico scenario si creerebbe in una dimensione sociale contraddistinta da comunicazioni sempre veritiere? Pur accettando l’influenza agostiniana nell’ambito dell’inclinazione spirituale, dell’intenzione del comunicante, è difficile non immaginare creature divinamente empatiche e supremamente pazienti e tolleranti nella congetturata “società dei veritieri”. La sympatheia sarebbe davvero la conditio sine qua non perché una comunità di individui del genere sopravvivesse e prosperasse. Ma il nostro filosofo insiste: dietro le nubi dell’inganno, va ritrovata la solida roccia dell’innocenza: si accettino dunque questi meravigliosi propositi.

Jankélévitch si spinge sino ad appaiare la violenza all’inganno, tra le reazioni causate dall’atroce competitività: e questo francamente appare parossistico, esattamente come l’invito, al termine del libro della Menzogna, a tendere alla “serietà dell’esistenza sommersa normalmente dalla marea dei pettegolezzi” (p. 46). Non so quanto sia opportuno, in questa sede, definire “sentimentale”, prima che “spirituale”, qualche pagina di questi due libri del filosofo francese: debbo però ammettere che si individuano non certo sporadicamente parole e immagini che paiono essere onde altissime di un furibondo mare in tempesta, che contribuiscono a rendere più complessa la lettura, spazientendo chi attende ben altro che sentir parlare del mentitore come di un “buffone” (p. 88).

Se infatti è addirittura magnetica l’attrazione dell’autore nei confronti dell’autenticità, non è infrequente che certe esemplificazioni, certe aggettivazioni irritino sino all’inverosimile la sensibilità del lettore: e una certa quale insistenza, sulla quale non è elegante soffermarsi, sui rapporti tra uomini e donne diviene addirittura patetica. Il contrasto con le riflessioni filosofiche, la raffinata erudizione, le argute speculazioni si fa lacerante; ed è opportuno soffocare regolarmente le proprie attese per digerire le malcelate velleità letterarie di Jankélévitch.

La conoscenza della verità non può mai essere completa: restarle fedeli nonostante le apparenze ingannevoli e gli artifici delle menzogne è meritorio. Infatti: “Non dobbiamo più esitare: la verità deve sopravvivere a qualunque costo, anche impura e, se necessario, tenuta in vita dalla menzogna” (V. Jankélévitch, “Trattato delle virtù”, tr.it.parz. Garzanti, Milano, 1987. Richiamato in V. Jankélévitch, “La menzogna e il malinteso”, p. IX)

Essere sinceri, soprattutto, significa riflettere fedelmente il dato, qualunque esso sia, comunque esso appaia. Dovremmo forse pur ricordare, con Montaigne, che “se la menzogna, come la verità, avesse una sola faccia, saremmo in una condizione migliore. Di fatto prenderemmo per certo il contrario di quello che dicesse il bugiardo. Ma il rovescio della verità ha centomila aspetti e un campo indefinito” (M. de Montaigne, “Essais”, Paris 1595; libro I, capitolo IX).

In questo campo, allora, è necessario addentrarsi. È plausibile che vengano esaltati, nel libro “Il Malinteso”, i ruoli del gaffeur o dell’enfant terrible, perché essi sono in grado di spezzare la catena di convenzioni che semplifica la coesistenza sociale: costoro possono avere il dono di interrompere il gioco delle maschere, aiutando a ripristinare l’immediatezza e la trasparenza nelle forme di comunicazione. Il gaffeur, scrive Jankélévitch, “dice ciò che non deve dire e non tace ciò che sa. Si mette di traverso alle comunicazioni chiare e turba il silenzio ipocrita. Il gaffeur si rifiuta a colpo sicuro di patteggiare con il suo nemico, di concludere infamanti compromessi che difenderanno malintesi e menzogne” (p. XIII; p. 98).

Il malinteso nasce dal commercio “delle coscienze, dalla somiglianza dei dissimili e, più ancora, dalla nostra incapacità di riconoscere la realtà effettiva di un evento e la sua portata sul nostro destino” (p. X; pp. 51-55); consiste in una sorta di intesa discordante o di disaccordo accordato. L’amore e la bellezza sono malintesi; il successo è un malinteso, il silenzio addirittura la forma naturale del malinteso (p. 89). Il malinteso politico è addirittura il fautore di un ordine basato sull’egoismo e sull’inganno.

L’obbiettivo del filosofo era probabilmente quello di denunciare le ipocrisie del sistema politico: la sua strategia comunicativa era in effetti antitetica a quella dei regimi dai quali era fuggito. Poteva senza dubbio consolarlo la convinzione espressa da Cartesio nella “Quarta Meditazione”: “E sebbene sembri che poter ingannare sia un segno di sottigliezza, o di potenza, tuttavia voler ingannare testimonia, senza dubbio, debolezza” ( R.Descartes, “Meditazioni metafisiche”, trad. it. in “Opere filosofiche”, Laterza, Roma-Bari 1996, vol. 2, p. 51). Non sempre, purtroppo, la realtà ha confermato questa tesi.

Per Jankélévitch la dissimulazione onesta non esiste: “quando legge e desiderio si fronteggiano, come nel caso di Antigone, non c’è via di mezzo”, scrive Nigro sul quotidiano Il Corriere della Sera-Cultura nel marzo 2000. Tuttavia J. alla prudenza si appella, di rado, timidamente: ma la grandezza di queste sue pagine, concludendo, sta proprio nell’esibita fiducia nella verità, nella donchisciottesca fiducia nelle debolezze della menzogna, nelle lucide analisi dedicate alle maschere e agli abiti indossati dalla menzogna, che utili davvero si riveleranno nell’esplorare il sentiero della letteratura del Novecento, e dei secoli venturi.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Vladimir Jankélévitch (Bourges, 1903- Parigi, 1985), figlio di ebrei russi, insegnò nelle facoltà di Lettere di Tolosa e Lilla, fu professore di Filosofia Morale alla Sorbona di Parigi.

Vladimir Jankélévitch, “La menzogna e il malinteso” , Cortina, Milano, 2000. Traduzione di Marco Motto.

Gianfranco Franchi, febbraio 2004.

Prima pubblicazione: Lankelot.