La Casa dei bambini

La Casa dei bambini Book Cover La Casa dei bambini
Michele Cocchi
Fandango
2017
9788860445292

Nella Casa, nessuno dei bambini possiede niente, niente di niente, tolto qualche vestito, una saponetta per il viso e uno spazzolino. Qualcuno è orfano, qualcuno è stato abbandonato. Quando si arriva a tredici anni, si va altrove, in una Casa dei ragazzi. Fino a quel momento, chi ha più di nove anni è un grande, chi ne ha di meno è un piccolo. Il gioco preferito è il gioco dei ricordi: è come “sognare e ricordare insieme”. I bambini si sdraiano, uno attaccato all'altro, come tasselli del domino, e chiudono gli occhi. In silenzio, cercano di ritrovare immagini e parole della vita prima della Casa. Qualcuno inventa, altri proprio no; o forse no. Le regole della Casa sono diverse dalle regole dei giochi, le ha fatte il Direttore. Uno che conosce i nomi di tutti i bambini. Uno che ripete che fuori, là fuori, al di là delle mura e del cancello, non succede proprio niente, niente di niente. Uno che vuole che i bambini studino e si comportino bene, punto. Ad aiutarlo, ci sono le mamme e ci sono le maestre, e c'è il vecchio custode. I bambini non sanno se possono fidarsi degli adulti: è troppo fresca e urticante la ferita dell'abbandono, è troppo ripetuta e umiliante la ferita del rifiuto, di quei genitori che vengono a fare la selezione, prendono un altro o non prendono nessuno, poi se ne vanno. Ci sono bambini, come Sandro, Nuto e Dino, che cercano spesso di scappare, perché vogliono vedere cosa succede davvero là fuori, perché non credono alle storie del Direttore e delle maestre. Ce ne sono altri, come l'astuto Giuliano, che hanno deciso che stanno bene dove stanno, per adesso. Nuto è rosso di capelli, ha il collo corto e robusto, è forte e veloce, e un giorno viene scelto e se ne va. Sandro è biondo, magro e ha gli occhi chiari, e racconta tante storie. Dice di avere avuto una sorella, “prima”; qualcuno non ci crede. È sciancato, si sente segnato. Dino è tutto secco, pallido, sempre agitato. In stanza ha un pupazzetto di legno che non potrebbe tenere. Poi ci sono tutti gli altri. Passa qualche anno e ci ritroviamo fuori. Fuori c'è la guerra. C'è un partito che va contro i ribelli; questi ribelli hanno nomi da partigiani. Nuto adesso ha sedici anni, e non sa da che parte stare; per lui la giustizia è morta parecchio tempo prima. Il destino sta per chiedere un tributo a tutti i vecchi bambini della Casa, e forse alla Casa intera...

Terzo libro di Michele Cocchi, scrittore pistoiese classe 1979, “La casa dei bambini” [Fandango, 2017; euro 15, pp. 264] è un romanzo drammatico diviso in tre atti; nel primo, osserviamo i bambini dell'orfanotrofio nel momento di maggiore sofferenza e maggior cameratismo, e massima solidarietà e più feroce antagonismo; coincide con l'infanzia, si ferma un morso prima dell'adolescenza. Nel secondo, osserviamo i ragazzi che giocano alla guerra senza forse essere del tutto consapevoli che di gioco non si tratta, che in quella guerra si finisce morti ammazzati, o ci si ritrova costretti al tradimento, a rinnegare le amicizie, o la propria storia. Nel terzo, osserviamo qualcuno di quei ragazzi superstite alla guerra civile, forse non del tutto incolume. C'è qualcuno che ha una fantasia da “Enrico IV” di Pirandello e qualcuno che è diventato vecchio senza riuscire ad essere adulto.

In epigrafe, Cocchi ha piazzato un passo del celeberrimo “Signore delle mosche” di Golding, che potrebbe essere parzialmente fuorviante: non c'è proprio niente di distopico in questo romanzo, al limite c'è qualcosa di fortemente simbolico; c'è invece uno sguardo molto sensibile alle sofferenze e alle contraddizioni dell'infanzia, e dell'adolescenza, e al rapporto complicato con l'autorità – in senso lato, con le figure adulte (completamente assenti in Golding, per dire). Come già nel precedente romanzo, “La cosa giusta”, c'è qualche scelta allegorica che merita di essere indicata: non vengono nominati i luoghi, né i paesi; a giudicare dagli scarsi riferimenti agli autoveicoli nei paraggi, si intuisce che potremmo essere in qualche momento del Novecento; le altre tecnologie sono relativamente assenti. Sulla base di queste caratteristiche sommarie, non possiamo nemmeno considerarlo un romanzo “ucronico”: è semplicemente un romanzo simbolico. I padri e le madri non hanno nome; in questo caso particolare, il “partito” e i “ribelli” che a un certo punto si scontrano non sembrano ideologicamente riconoscibili, hanno qualche elemento addirittura interscambiabile (classicamente, entrambi sembrano volere, per supremo paradosso, la pace): in generale, escluderei qualunque velleità di rappresentare il disastro della guerra civile combattuta qui in Italia esattamente tre generazioni fa. Se mai c'è stata questa intenzione, è rimasta una velleità (meglio così).

Cocchi mantiene, del suo esordio, una discreta capacità descrittiva e una buona compostezza nella narrazione (alla Cassola, circa, o comunque su quella falsariga. Un Cassola psicologo dell'infanzia); buoni i dialoghi, spesso così serrati da risultare più teatrali che narrativi; notevole nella rappresentazione della complessità psichica dei bambini, Cocchi è invece debole o molto debole nella rappresentazione del mondo adulto, fragilissimo o blando e fumettaro in quella della guerra (la generazione mia e di Cocchi non ha quell'esperienza in comune con la generazione di Golding: e si vede. Noi forse possiamo restituire gli psicodrammi mediatici degli attentati). Chi va cercando un romanzo che vada estetizzando, con sensibilità e con garbo, il microcosmo dei bambini (e di un orfanotrofio, e dei suoi confini), e sappia restituire una storia di amicizia, di tradimento e di fratellanza, può trovare soddisfazione; chi va a cercare letture politiche, distopiche o ideologiche non può che restare disorientato e frastornato, e forse deluso. Nella bandella Fandango, si legge, a un tratto: “Il romanzo su un'Italia possibile, che anticipa il prossimo secolo”: no, assolutamente. Invece “una storia di amicizia, sopravvivenza e scoperta, la storia di un gruppo di bambini” è più leale (forse più semplice; più semplice, quindi, come spesso accade, più bello; e comunque più nelle corde dell'artista).

Gianfranco Franchi, novembre 2017.

Il gioco preferito è il gioco dei ricordi: è come “sognare e ricordare insieme”. I bambini si sdraiano, uno attaccato all’altro, come tasselli del domino, e chiudono gli occhi.