Il sorriso di Pol Pot

Il sorriso di Pol Pot Book Cover Il sorriso di Pol Pot
Peter Fröberg Idling
Iperborea
2010
9788870911817

“Che cosa potranno rimproverarci le generazioni future? Di non aver protestato a sufficienza contro l'occupazione del Tibet? Di aver lasciato che la Russia devastasse indisturbata la Cecenia? Del fatto che nel mondo ogni giorno trentamila persone muoiono di fame? Che milioni di bambine e donne vengono venduti come schiavi sessuali?” – si chiede e ci chiede il giornalista e scrittore svedese Peter Fröberg Idling, classe 1972. Guardandosi indietro, infatti, Idling ha una certezza: possiamo rimproverare a gran voce, a tanti intellettuali dell'ultima generazione, d'averci mentito sulla tragedia in corso in Cambogia, la tragedia del regime “più brutale e incapace del Ventesimo secolo”. Eppure ci fu chi, come una delegazione di suoi connazionali, nel 1978 passò parecchio tempo nella terra di Pol Pot e dei khmer rossi. Nel 1978: vale a dire nel fulcro di quello che è stato definito il peggior genocidio del Novecento. Ma quella delegazione, documentando a dovere il proprio viaggio, non mostrò nemmeno una traccia di terrore, preferendo piuttosto raccontare i grandi passi avanti fatti nelle campagne locali, e nella qualità della vita, in generale, invitando gli altri intellettuali europei a considerare la rivoluzione khmer come un modello democratico credibile. La storia di quella delegazione è al centro del libro-inchiesta di Idling, “Il sorriso di Pol Pot” (Iperborea, pp. 342, euro 17).

Lo scrittore scandinavo, in un'intervista rilasciata ad AgiNews, ha così spiegato il senso del titolo: “L'uomo Pol Pot era ingannevole. Non propugnava il culto della personalità come altri dittatori, non faceva discorsi alle folle, non pubblicò opere teoriche. Molta della gente che lo incontrò, lo trovava simpatico e convincente. E molti raccontavano del suo affascinante sorriso. Dietro quel sorriso c'era il più incapace e brutale regime del Ventesimo secolo. Il titolo del libro, di conseguenza, si riferisce alla facciata seduttiva di un'orribile macchina del terrore”.

Orribile macchina del terrore. Quanto orribile? Non si riesce nemmeno a stabilire quante persone possano essere morte nei tre anni e mezzo passati da Pol Pot al potere. Le fosse comuni non sono state mai contate. “Si perdono nella giungla”, racconta Idling, e non si sa quante persone possano ospitare. Le stime dei caduti variano tra i 750mila e i 3 milioni. Giustiziati, a quanto pare, da alcune centinaia di migliaia a oltre un milione di persona. Per provare a immaginare cosa sia stata la Kampuchea Democratica, basta ricordare che sotto quel regime, così come sotto altri regimi comunisti, “chiunque poteva essere un nemico. Il crimine non risiedeva nel sangue o nei geni, ma nel pensiero, e dunque tutti erano potenziali controrivoluzionari. Di conseguenza a nessuno era concesso di sentirsi al sicuro” (p. 184). E così era. In un clima mostruosamente paranoico. Perché la rivoluzione, riferisce lo scrittore svedese, non s'era limitata ad abrogare la religione, la proprietà privata, la libertà personale, le vecchie divisioni tra classi sociali: aveva deciso di abrogare anche il caso. “Niente accadeva più senza una ragione. E tutto ciò che influenzava negativamente la lotta veniva ricondotto a cospirazioni. Poteva essere un aratro che si rompeva, un sacco di riso strappato, una zappa andata persa. L'assunto era che si trattasse di un sabotaggio controrivoluzionario. La conseguenza, spesso, la morte” (p. 169).

Insomma, strumento principe del dominio del regime di Pol Pot era la paura. La Cospirazione dei nemici doveva essere onnipotente e onnipresente come l'Organizzazione del partito, spiega Idling. Questo dava vita a un fenomeno molto russo (sovietico): vale a dire quello della delazione. Tre delatori bastavano per arrestare e torturare un innocente. A un certo punto la polizia segreta passò da tre a cinque delatori, perché il numero dei denunciati era ingestibile. Spesso i bambini denunciavano i genitori. I bambini erano le prime spugne della propaganda del regime, nelle scuole. Le famiglie erano il primo punto debole della coesione tra società e Stato. Magari in famiglia c'era qualcuno che sentiva di mettere in dubbio le verità raccontate dal sorridente Pol Pot. Una di queste era che non ci fossero più carceri, in patria. Perché “ogni genere di criminalità era cessata grazie alla rivoluzione” (p. 178), naturalmente. Peccato che nelle campagne ci fossero tante prigioni pronte a torturare e uccidere gli oppositori. E che un nome come quello di Tuol Sleng, “S-21”, viene considerato sinonimo di “Auschwitz”, o di “Gulag”, oggi.

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In un'intervista apparsa su “Left”, Idling ha risposto a una domanda difficile con grande chiarezza. L'intervistatrice ricordava che in Italia il Pci non aveva mai veramente discusso il caso Cambogia, limitandosi ad ammettere che se, al limite, Pol Pot era pazzo, in ogni caso non si poteva buttare via l'idea di comunismo. Idling risponde con diversa chiarezza. “C'è qualcosa di terribilmente sbagliato nel marxismo-leninismo. Ogni volta che si è cercato di metterlo in pratica si è finiti in un bagno di sangue. La sinistra più radicale deve assumersi la responsabilità di riflettere su ciò che è accaduto in Cambogia, in Cina, in Urss, in Albania, nella Corea del Nord... non possiamo ripetere sempre gli stessi errori. Mi considero una persona di sinistra, ma dopo aver vissuto in Cambogia per me la parola comunismo è morta”. Un bel respiro, e poi il resto. “Il comunismo sembra la risposta più razionale, la risposta più semplice a questioni complesse. Ma la realtà non può essere cambiata da un giorno all'altro. A meno che tu non sia disponibile a sacrificare un sacco di persone. E anche in questo caso, come Pol Pot, Stalin e Mao ci hanno dimostrato, non funziona lo stesso”. Pare proprio di no.

Com'era Pol Pot? Idling ce lo presenta sin da quando era ancora uno studente, un ragazzino di nome Saloth Sar. Discreto calciatore innamorato dei romantici francesi, mediocre violinista. Fu uno dei duecentocinquanta cambogiani che ebbe la fortuna di studiare all'estero, nell'arco di cinquant'anni. Un privilegiato. Diventò comunista in Francia. E in patria fu un tiranno capace di abolire tutto ciò su cui era fondata la cultura e l'essenza del suo popolo. S'ispirava a democratiche figure come Josif Stalin, Mao Zedong. Ma a differenza loro si sentiva uomo d'ombra. Non voleva inni, non voleva foto, non pubblicava scritti. Stravagante per un massacratore volersi nascondere dietro l'ombra d'un partito, o d'una ideologia. Anomalo.

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Com'è possibile, allora, che gli intellettuali svedesi non abbiano denunciato lo sterminio d'un popolo inerme? Idling ci racconta che in parte fu per questioni ideologiche. C'era chi credeva che tante morti potessero essere tollerate, in nome d'una causa più alta. In fin dei conti, la Rivoluzione Francese era stata un martirio. E poi c'era chi vedeva, nella “rinascita” cambogiana, la fortuna d'un paese ferito e schiacciato per troppo tempo dall'imperialismo occidentale, e voleva sognare con loro una società più giusta e più onesta. Sbagliando, certo. E poi c'era chi, come ammise altrove il Nobel islandese Laxness, parlando della Russia, non voleva mettere a nudo le miserie dei paesi socialisti, per non danneggiare il socialismo. E infine bisogna prendere atto che il regime seppe mostrare alla delegazione, per quanto possibile, che le cose andavano bene, fermo restando che ci si trovava nel cosiddetto terzo mondo. Ma non basta.

Per capire perché intellettuali europei sensibili ed evoluti non trovarono l'intelligenza o la disperata onestà di denunciare quel che potevano almeno intravedere, bisogna ricordare che la Cambogia, pochi anni prima, era stata ferita da 71mila bombardamenti americani. Era il 1971. L'intera zona era stata destabilizzata dall'allucinante guerra del Vietnam. E un nuovo regime, filoamericano, avrebbe sostituito il principe Sihanouk. Quel regime sarebbe caduto dopo il ritiro americano dal Vietnam del Sud. 1975.

“In totale” - ricorda Idling - “sulla Cambogia vennero sganciate 2.756.941 tonnellate di bombe: una volta e mezzo quelle lanciate dagli Alleati in tutta la Seconda Guerra Mondiale, comprese le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Una distruzione vertiginosa, quasi inconcepibile. Centottantatre bombe di Hiroshima in quattro anni, su un paese grande due terzi dell'Italia. Inizialmente in segreto” (p. 95). Diceva Kissinger: “Noi non bombardiamo la Cambogia. Bombardiamo i nordvietnamiti in Cambogia”. Riuscì, con le sue “bombe segrete”, a far sparire un'intera città. Lumpat. Bombardamento a tappeto di un B-52. E riuscì forse a far diventare ciechi i suoi oppositori europei democratici, liberali e socialisti. Almeno per un po'. Quanto basta per avere paura tanto degli Stati Uniti quanto del comunismo, a ben guardare. Per sempre.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Peter Fröberg Idling (1972), giornalista, scrittore e critico letterario svedese. Ha vissuto a lungo in Cambogia dove ha imparato la lingua khmer.

Peter Fröberg Idling, “Il sorriso di Pol Pot. Un viaggio svedese nella Cambogia dei khmer rossi”, Iperborea, Milano 2010. Traduzione di Laura Cangemi. In appendice, Nota dell'autore, Bibliografia selezionata.

Prima edizione: “Pol Pots leende”, Stoccolma, 2006.

Gianfranco Franchi, novembre 2010.

Prima pubblicazione: Lankelot.