Il prato in fondo al mare

Il prato in fondo al mare Book Cover Il prato in fondo al mare
Stanislao Nievo
Marsilio
2010
9788831707497

1974. Opera prima di Stanislao Nievo, scrittore e giornalista e avventuriero, “Il prato in fondo al mare” finì per appassionare pubblico e critica. Complice l'argomento – l'oscura vicenda della fine del grande antenato dell'artista, Ippolito Nievo – complice la scrittura frenetica, diaristica e febbrile dell'erede, complici le stravaganti e grottesche incursioni nella parapsicologia che vanno a puntinare di delirio la narrazione, ricerca d'una impossibile verità a un secolo e mezzo di distanza dai fatti, in parecchi finirono per apprezzare Stanislao più ancora di Ippolito. Nei primi anni Dieci, post rilettura e meditazione sul romanzo, ho la sensazione che questo libro verrà ricordato come uno dei testi più bizzarri e imprevedibili del secondo Novecento italiano; quantomeno, come una testimonianza della fede invincibile del nostro popolo in ciò che non appare, in ciò che non è visibile agli occhi, in ciò che non esiste.

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Viaggio negli abissi marini, nel Tirreno, alla ricerca del relitto del vascello “Ercole” che sprofondò, non distante dalla costa di Sorrento, il 4 marzo 1861. Sprofondò, all'italiana, in circostanze misteriose, mai del tutto chiarite. Già: “fu il naufragio più misterioso della storia del Risorgimento”. 4 marzo 1861, come a dire: noi italiani cominciammo bene.

Viaggio in cerca della verità sulla morte di ottanta persone innocenti, scomparse senza ragione in un incidente indecifrabile. Già, nessuno degli scomparsi riapparve. Le ricerche cominciarono in ritardo. Quindi ci furono settimane di indagini confuse. Quindi silenzio. Scrive bene Stanislao: “Il mare chiude il suo segreto con molta cura. Le famiglie sono le ultime a convincersi” [p. 45].

Viaggio in cerca della verità sulla morte di Ippolito Nievo, repubblicano, viceintendente di finanza dell'esercito garibaldino, a bordo del vascello con una cassa piena di documenti. Documenti delicati, relativi all'amministrazione dei Mille. Spiega e contestualizza il discendente: “L'amministrazione dei Mille era stata difficile. Pulita, per quanto disordinata, era ora sotto inchiesta, con calunnie di ogni genere, volte a screditare la più libera e fortunata avventura del Risorgimento” [pp. 19-20]. Ma Ippolito Nievo aveva la coscienza pulita: e stava per presentare i conti a chi di dovere, nella nuova capitale, Torino. “Ne andava dell'avvenire dell'esercito meridionale, come erano chiamati i garibaldini. La sinistra voleva la sua fusione definitiva e a pari grado nell'esercito piemontese” [p. 29].

Ippolito Nievo era un giovane uomo di neanche trent'anni. In divisa: giubba rossa. “Elegante, distaccato, viso morbido, aveva un carattere imprevedibile, ora caldo ora gelido. Freddo coi superiori, proteggeva i suoi subalterni come una gatta coi suoi piccoli […]. Romantico, razionale nell'azione, era uno scrittore già conosciuto […]. Coraggioso, temeva due cose, le malattie e il mare” [p. 20]. E il mare se lo sarebbe portato via.

Poteva il nipote, inquieto e innamorato dell'esempio e della grandezza del suo antenato, non fare nulla per tenere viva la sua memoria? Questo romanzo, curioso pastiche emi-narrativo emi-diaristico emi-saggistico, testimonia l'amore per un passato glorioso e nebuloso, e tutta la volontà di tenerlo vivo, e di risolverne le ombre. Stanislao Nievo finì per contattare tutta una serie di sensitivi, di paragnosti e di più o meno limpidi ciarlatani pur di riuscire a individuare il relitto della nave, scardinarne la secolare polvere e sprigionarne una verità. Infestato dallo spettro dell'eroico antenato, Nievo giocò tutte le carte a sua disposizione pur di mitigarlo un poco. Il risultato fu questo libro pieno di sentimento e di avventure, fantastico e realissimo, famigliare e popolare.

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Nell'introduzione al tascabile Mondadori del 1977 – e quindi a tre anni di distanza dalla fortunata prima edizione – Cesare Garboli scriveva che questo libro, a un tratto, inaspettatamente impazziva: e “nel momento in cui il libro impazzisce, anche i codici di scrittura s'infrangono, andando su e giù come l'ago di una bussola che non dia più l'orientamento. […] Nella sua vera, ultima essenza letteraria, il romanzo di Nievo esplode, letteralmente, sotto l'urto di una follia creativa più forte, più dinamica rispetto alla primitiva e cosciente organizzazione della storia” [p. 8].

Nello stesso contesto, Garboli documentava bene l'accoglienza ricevuta a suo tempo dal romanzo: questo libro, “nato come referto di una vicenda anche esteriormente avventurosa, sembra aver resuscitato un vecchio tipo di ascolto privato, magari anche discutibilissimo: il gusto di 'leggere' nel senso di farsi rapire, appunto, da una leggenda, incantare da un mito, trascinare dall'epica di una storia” [p. 5]. Che sia verosimile o meno, è una storia. E questo basta.

Per Garboli, il senso del libro stava – anche – nella rappresentazione della storia di una “sospetta strage di Stato italiana, maturata dalla Destra e decisa dal potere piemontese per liquidare la Sinistra garibaldina: 'strage' con la quale si sarebbe aperta la storia dell'Italia unita” [p. 7]. E questo poteva essere decisamente più interessante e italiano. Purtroppo.

Pier Paolo Pasolini giurava invece il fascino del libro fosse nascosto “nell'universalità di questo sentimento di rimpianto, cioè nella dilatazione, grandiosa, di un'ossessione personale di un accidente umano comune a tutti gli uomini”: il rimpianto dell'utero e della vita del feto nel mondo marino prenatale. Un rimpianto inconscio, trasfigurato da questa impresa – che non ho ancora ben capito se sia stata profondamente eroica o incresciosamente ridicola. Forse entrambe le cose. Donchisciottesca, sì.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Stanislao Nievo (Milano, 1928 – Roma, 2006), scrittore, poeta e giornalista italiano. Laureato in Scienze Naturali, fu tra i fondatori del WWF.

Stanislao Nievo, “Il prato in fondo al mare”, Mondadori, Milano 1974.

Gianfranco Franchi, dicembre 2011.

Prima pubblicazione: Lankelot.