Il Golem

Il Golem Book Cover Il Golem
Gustav Meyrink
Tre Editori
2015
9788886755658

Avevo letto sino alla fine il libro, e ancora lo tenevo tra le mani; non un libro ero venuto sfogliando, ma il mio stesso cervello. Tutto ciò che la voce mi aveva detto io lo avevo portato dentro di me, nascosto e obliato, celato sino ad oggi alla mia mente” (Gustav Meyrink, “Il Golem”, capitolo “I”).

Il Golem”, opera prima dello scrittore austriaco Gustav Meyrink, è un romanzo visivo e visionario; felice fusione di mitologia, esoterismo e letteratura fantastica, e al contempo fedele riproduzione della vita nell’antico ghetto di Praga nei primi anni del Novecento. Non alieno da richiami alla cabala e ai tarocchi, efficace nella narrazione d’uno sdoppiamento di personalità e d’una confusa e controversa percezione della realtà, intreccia sogno e immaginazione, delirio e speranza con intelligente ed apprezzabile equilibrio.

Ogni trentatré anni, come uno spettro, il Golem ricompare per gli stretti vicoli del quartiere ebraico, preceduto e annunciato da strani segni e da visioni. Prende l’aspetto di un uomo trasandato, dai tratti mongolici e dal viso giallastro, vestito d’abiti sbrindellati e dalla strana andatura; chi lo osserva, giura che stia sempre per cadere faccia in avanti. Quasi incarnasse il malessere e le angosce della comunità ebraica, desta confusione e scompiglio e terrorizza e sgomenta il popolo. D’un tratto, poi, scompare; quasi la sua apparizione avesse valenza catartica, quasi fosse l’ultimo grado di disordine prima del ritorno alla quiete o alla “normalità”: un’epidemia che assorbe e sublima, manifestandosi, ogni altra malattia.

Elémire Zolla, nell’introduzione alla prima edizione Bompiani del libro, ricorda che la prima apparizione del Golem risale alle sacre scritture; verso 16 del salmo 138, dove si scrive: “I Tuoi occhi videro il mio golem e nel Tuo libro erano scritti tutti i giorni a me destinati prima che ne esistesse uno”. Golem, in questo frangente, dovrebbe avere lo stesso etimo del verbo che significa “avviluppare”: pertanto, a detta di Zolla, dovrebbe tradursi con “cosa ravvolta in se stessa, ancora informe”; una sorta di embrione, dunque.

È sempre il grande studioso a ricordare che nel tredicesimo secolo i cabalisti tedeschi parlano di due mistici, che letteralmente crearono un uomo: sulla fronte, aveva incisa la parola “emet”, verità. Quest’uomo disse ai suoi creatori: “Dio solo creò Adamo, e quando volle che Adamo morisse cancellò l’aleph, la prima lettera di emet: e allora egli rimase met, morto. Ecco che cosa dovete fare con me, e non creare un altro uomo, altrimenti il mondo soccomberà all’idolatria”. In altre parole: qualora l’uomo osi creare artificialmente la vita, allora egli pecca contro Dio.

Il Golem” di Meyrink è pur sempre un romanzo, non si pretende fedeltà alle tradizioni religiose o lineare continuità con le precedenti trattazioni letterarie: e allora diciamo che è libro che sintetizza e rinnova la tradizione della leggenda popolare della creatura del praghese Rabbi Löw, raccontata un secolo prima da Grimm.

Intraprendiamo adesso un sentiero di lettura della trama. Il primo capitolo, intitolato “Sonno”, racconta il dormiveglia della voce narrante del romanzo; insonne, il protagonista non è più in grado di distinguere il sogno dalla realtà. Riesce ad astrarsi da se stesso, a vedersi dormire; e nel frattempo, meditando su alcune pagine della vita del Buddha, si trova a riviverne un frammento, e ad alterarlo; le pietre che immagina sembrano ad un tratto circondarlo, per comunicargli qualcosa. Ascolta una voce che non riesce a definire con compiutezza; è in una fase di scissione della personalità.

Non sappiamo se si risvegli; nel capitolo successivo, titolato “Giorno”, egli si ritrova in un buio cortile, nel cuore del ghetto. Poco a poco, ricorda un nome: Athanasius Pernath. (Nome parlante, a dar retta all’etimo: a-thanatos, con alfa privativo: e cioè, “non-morte”). Questo nome si trovava scritto all’interno di un cappello d’un estraneo, che il narratore aveva indossato tempo prima: non ricorda dove, né come. Così, la memoria s’accende, per strane folate, nella sua mente: immagini si sovrappongono ad altre immagini, e si ricostruiscono storie, personalità, sentimenti. Tutto sembra nuovo, e al contempo sempre esistito.

Il narratore riceve una visita. Un signore, dal volto giallastro, entra nel suo appartamento, comportandosi con insolita naturalezza. Questi prende a sfogliare un libro. Cerca un capitolo, lo trova e lo addita. Il capitolo s’intitola “Ibbur”, e cioè “fecondazione dell’anima”. La grande “I” iniziale è deteriorata. L’uomo incarica il nostro “Athanasius” di restaurarla. Le parole sono vive di fronte ai suoi occhi. Danzano. Trascinano il narratore alla visione. La visione del narratore è una donna gigantesca, e un corteo di coribanti, e una coppia che si avvinghia e si trasforma in un Ermafrodito seduto su un trono di madreperla.

Il protagonista comprende che può scegliere tra una e un’altra realtà: acquista coscienza, ma si perde nei suoi stessi sogni. Si vota al disorientamento.

E vive la vita dei suoi concittadini, nel ghetto, divisi tra due individui che sembrano incarnare l’uno il male e l’altro il bene, mentre il Golem appare terrorizzando tutti. Ed è romanzo di miracoli e incertezza, d’amore e di desolazione, di memorie immortali e fantasie sconvolgenti; confuso, certo, e intriso di angoscia e delirio; come un sogno. Letteratura gotica, influenzata chiaramente da Poe e Hoffman; datata, ma certamente godibile e ancora fascinosa. Romanzo divertente e intrigante.

La mia immagine stava sulla soglia. Il mio doppio. In un mantello bianco. Una corona sulla testa. Per un breve istante. Quindi guizzarono le fiamme attraverso il legno della porta, e una calda nuvola di denso fumo soffocante invase la stanza”. (Gustav Meyrink, “Il Golem”, capitolo “Libero”).

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Gustav Meyer, alias Gustav Meyrink (Vienna, 1868- Starnberg, Baviera 1932). Romanziere e occultista austriaco. Studiò tra Monaco, Amburgo e Praga, dove visse per molti anni. Fondò la Loggia teosofica di Praga “Zum blauen stern” nel 1891. Iniziò la sua attività letteraria nel 1901, collaborando a “Simplicissimus”, dove pubblicò le prime novelle, già contraddistinte da una vena grottesca. “Il Golem” è stato il suo primo romanzo.

Gustav Meyrink, “Il Golem”, Bompiani, Milano, 1977. Traduzione di Carlo Mainoldi. Introduzione di Ugo Volli. C’è qualcosa che davvero non va in questa seconda edizione Bompiani de “Il Golem”. La prima, risalente al 1966, era graficamente più sobria e complessivamente più raffinata, soprattutto per via della pregevole introduzione di Elémire Zolla, misteriosamente soppressa nella seconda. Quest’ultima presenta delle gravissime pecche. Vediamole nel dettaglio.

La copertina è kitsch e irritante. Colorata di violetto, arancione, giallo e bianco, e già questo basterebbe per nauseare perfino il più robusto berlusconiano; ma c’è di più. Uno sgraziato sottotitolo, “Dalla magia nasce una creatura”, probabile calco da certi creepshow per sottosviluppati, macchia irreparabilmente il libro. La quarta di copertina è il suggello al disastro. Uno sconosciuto redattore svela, a suo modo, la conclusione del romanzo dopo neppure tre righe. Non pago, delizia il lettore con il puro nonsense: “Quest’esplosione di forze nel mondo segreto e malato in cui si muovono i personaggi di Meyrink crea una tensione e insieme un incanto che caricano di nuovi significati l’antica leggenda praghese(…)”. Ancora sconcertato, giro e rigiro il volume. Non mi sbaglio, è effettivamente un tascabile Bompiani. Collana diretta da Oreste del Buono. Semplicemente imbarazzante. E non finisce qua: dopo neppure venticinque anni, l’edizione Bompiani si sfalda e promette di sgretolarsi. Varrà la pena ribadire che questo libro era appena alla seconda lettura. Sfogliavo, e il libro prima scricchiolava, poi perdeva i fogli. Deprecabile. Memorandum: edizione economica non significa carta igienica e fresatura di saliva. Pensateci.

La Bompiani affida il compito dell’introduzione a Ugo Volli. Fortissimamente Volli annienta il romanzo: non solo saccheggia (con leggerezza) l’introduzione di Zolla e accosta Musil a Meyrink, campionando un frammento de “L’uomo senza qualità” (il che significa, in altre parole, accostare due autori a caso, adottando come criterio la nazionalità e la semi-contemporaneità: rischioso, e intellettualmente inaccettabile), ma dimostra una certa insensibilità e una spocchia odiosetta, scrivendo volgarità come: “Il banchiere ebreo (…) amato dal più reazionario e razzista degli scrittori italiani di questo secolo, Julius Evola”.

Definire uno scrittore con la sua primitiva professione, in questo caso quella del “banchiere”, è piuttosto idiota (e allora ricordiamo i tabaccai, i calzolai, gli incisori, gli agricoltori, gli aristocratici annoiati, e via dicendo:è classismo al contrario, mi pare); e ribadirne la fede religiosa per (evidenti) finalità politiche è insultante e inaccettabile. Ignoro le sorti di questa edizione e della carriera del signor Volli; certo è che pubblicare un’introduzione del genere significa, per l’editore, essere devoto (con implacabile fervore) al più gretto masochismo:quale credibilità può conquistare chi affida ad un Volli un libro(del genere, o di genere)? A chi ha curato questa edizione suggerisco un sano bagno d’umiltà e una abbondante immersione nelle sorgenti delle Edizioni Adelphi e delle Edizioni del Graal: rispettivamente per “Il volto verde” e “La casa dell’alchimista”. Concludo. Meyrink non è un banchiere, né un “borghese”. È uno scrittore.

Gianfranco Franchi, aprile del 2003.

Prima pubblicazione: Lankelot.

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SEMPRE A PROPOSITO DEL "GOLEM": SULLA NUOVA EDIZIONE DELLA TRE EDITORI, 2015...

Tutto ha inizio in dormiveglia. Il narratore non sa più distinguere tra sogno e realtà; riesce ad astrarsi da se stesso, a vedersi dormire; ascolta una voce che non riesce a definire con chiarezza; sembra in piena scissione della personalità. Al risveglio, si trova in un buio cortile, nel cuore del ghetto di Praga. Adesso il narratore ricorda un nome, un nome soltanto, Athanasius Pernath. Quel nome si trovava nel cappello di un estraneo, un cappello indossato tempo prima: non ricorda bene dove, né come. Forse torna la memoria, poco a poco. E intanto si presenta qualcuno alla porta. È un tizio che si comporta con grande nonchalance, in casa sua. Va a prendere un libro. Sceglie un capitolo. L'argomento del capitolo è la fecondazione dell'anima. Athanasius sfoglia quel capitolo, e ha una visione...

A cento anni esatti dalla prima pubblicazione in volume (Lipsia, 1915), Anna M. Baiocco cura una nuova edizione italiana del “Golem” dello scrittore austriaco Gustav Meyrink, per l'esoterica e fantastica Tre Editori di Roma. L'edizione è caratterizzata da un recupero fascinoso e singolare, quello delle litografie d'epoca di Hugo Steiner-Prag, dalla nuova traduzione della curatrice, da una robusta introduzione completa di florilegio critico e di notizie sulla genesi e sulle fonti dell'opera, da un discreto apparato esplicativo di note e infine da suggestive appendici. Nella prima, “Meyrink parla della sua vita”, leggiamo un'intervista originariamente apparsa nell'autunno del 1931 sul quotidiano Hannoverscher Anzeiger, a firma “Francis”; nella seconda, “Una lettera di Hugo Steiner-Prag”, apprezziamo l'entusiasmo dell'illustratore in occasione di una nuova edizione del “Golem” e tutta una serie di ricordi del clima culturale e della vita della Praga d'antan; quindi, ecco una buona Cronologia e un elenco sia delle traduzioni italiane del “Golem”, completo delle più infelici (su tutte, la Bompiani 1977 a cura di Ugo Volli), sia delle traduzioni italiane degli altri romanzi. Non manca una foto della tomba dell'artista a Starnberg, per ispirare tributi e pellegrinaggi. Buona la copertina di Otto Dolci.

Lovecraft considerava questo romanzo la più straordinaria storia di argomento soprannaturale che avesse mai letto; per un lettore contemporaneo, l'esperienza s'è tinta del connotato del “piccolo classico”, e si finisce per avvicinarsi all'opera prima di Meyrink con il rispetto che si porta alle migliori creazioni artigianali. Stilisticamente – non c'è traduzione che tenga – sono fra quelli che considerano la scrittura di Meyrink fiacca o particolarmente fiacca, e in questo senso la fantasia e l'erudizione esoterica autoriale finiscono per ovviare a carenze altrimenti difficili da digerire. Vale la pena ricordare che “Il Golem” nasceva come “romanzo a puntate” – apparve originariamente in rivista, sempre a Lipsia, tra 1913 e 1914 – e del romanzo a puntate ha tutti i limiti e tutti i pregi: la frammentarietà e l'effetto. La nuova edizione Tre Editori onora un libro che ha saputo affascinare cinque generazioni di lettori e di letterati. Aficionado e studiosi non devono mancarla.

Gianfranco Franchi, giugno 2015.

Prima pubblicazione: Mangialibri

Accadde a Praga, tanto tempo fa…