Ho scoperto di essere morto

Ho scoperto di essere morto Book Cover Ho scoperto di essere morto
João Paulo Cuenca
Miraggi Edizioni
2017
9788899815554

2011. João Paulo Cuenca, irrequieto giornalista e scrittore brasiliano, spaccone, irritabile e angosciato, malinconico e con qualche irrisolto desiderio di sparizione, vive le sue giornate a Rio de Janeiro, costantemente a disagio. Cammina per le strade con la voglia di chiedere scusa a tutti, forse perché sente “nostalgia al contrario” della terra natia: quando si trova a Rio, ha sempre la sensazione che starebbe bene da un'altra parte. Sta scrivendo un romanzo distopico sulla sua città, tormentato dal casino dei vicini e infastidito dai soliti problemi di soldi; quando i suoi libri vanno bene vendono tremila, quattromila copie, in Brasile. Non ci siamo. Solite storie. Ha cambiato diciassette case in trentacinque anni, non trova pace. Socialmente è un incompreso: il suo “sbrilluccichio da scrittore pubblicato è visto con curiosità e una certa condiscendenza. Sapevano che non avevo vincoli ufficiali o nobiliari. E tantomeno un soldo in tasca”. Odia il suo nome: crede che “João” sia impronunciabile in una qualsiasi lingua diversa dal portoghese, sa bene che “Cuenca” ha una sonorità sgradevole e significa all'incirca “mutande”, o giù di lì, soffre un po' che “Paulo” sia stato scelto in omaggio a uno zio suicida, morto impiccato dalle parti di Petropolis. Comprensibile. Un giorno, l'inquieto João Paulo si ritrova in una situazione poco meno che kafkiana: un ispettore di polizia lo avverte che, stando a certi documenti, tecnicamente lui è morto nel luglio 2008, c'è addirittura un verbale e tutto quanto. João rimane un po' perplesso: quel giorno, tre anni prima, si trovava a Roma, a presentare il suo “Una giornata Mastroianni” con Filippo La Porta, a via dei Fienaroli. Non aveva avuto nessuna “polmonite lobare” né edemi né complicazioni né macelli di niente, e neppure si trovava in un palazzo occupato tra Rua dos Invalidos e l'Avenida Gomes Freire, figurarsi. L'ispettore è ovviamente stupito: di solito le persone rubano l'identità altrui per fuggire, per tentare un'altra vita; in questo caso, manca del tutto il movente. E ci sono le impronte digitali che confermano che il morto non era proprio João Paulo Cuenca. Giusto? “Lei sì che è fortunato. Questa è una storia perfetta, per uno scrittore. Pensa di scriverci un libro, con questa storia?” “No”...

João Paulo Cuenca (Rio de Janeiro, 1978), giornalista e scrittore brasiliano, qui in Italia già conosciuto per il sostanzialmente trascurabile “Una giornata Mastroianni” [Cavallo di Ferro, 2008] è stato considerato dalla prestigiosa rivista «Granta» il miglior giovane talento brasiliano, nel 2012. Questo suo ultimo lavoro sperimentale, pubblicato dalla Miraggi di Torino nella collana “tamizdat”, è, nelle parole della traduttrice, Eloisa Del Giudice, “un romanzo sospeso tra l'autofiction, il pamphlet sociale e letterario e il diario allucinato, molteplice e scaltro come il suo autore, feroce e brillante”; è un lavoro comunque piuttosto diseguale, penalizzato da un epilogo scolastico e molto manierista, caratterizzato in generale da una resa ondivaga; io direi che le parti migliori sono quelle riservate alla amata-odiata Rio de Janeiro, alla descrizione della progressiva distruzione dei vecchi quartieri e delle favelas per la costruzione di nuovi palazzi e nuovi grattacieli, plastici e americani; Cuenca è estremamente convincente nella restituzione dello spirito di una città condizionata da assurde manie di grandezza e di adeguamento a modelli di sviluppo evidentemente sbagliati, e umiliata dall'amnesia di una crescente parte del suo passato; la questione dell'indagine sulla propria morte, in un certo senso pirandelliana, almeno per i nostri parametri mediterranei, è giocata con qualche buona trovata [possiamo sfogliare gli stessi documenti che sta sfogliando lo scrittore, condividendo la sua incredulità con più determinazione] e con qualche caduta di stile e di ritmo. La descrizione dell'ambiente letterario, e di qualche retroscena editoriale, fa pensare, con ovvia malinconia, che tutto il mondo è paese, nei vizi, nei limiti e nelle tirature. L'alterità, in ogni caso, rimane al limite “schizzata”, è come se Cuenca riuscisse a vedere e giudicare con chiarezza (forse anche con crudeltà) soltanto se stesso – e ogni altra persona fosse uno sketch, poco più; l'alterità è estremamente funzionale, periodicamente caricaturale, onestamente estranea all'artista. Da “Ho scoperto di essere morto” [titolo originale “Descobri que estava morto”, 2015] è stato tratto un film, “A morte de JP Cuenca” (2015), presentato a Venezia e in diversi altri festival cinematografici senza particolare fortuna.

Gianfranco Franchi, marzo 2014.

Prima pubblicazione: Mangialibri.

Per approfondire: WIKI en / intervista di Frati per Mangialibri

Pirandelliano romanzo dello scrittore brasiliano João Paulo Cuenca, classe 1978, da Rio de Janeiro…