Come cavalli che dormono in piedi

Come cavalli che dormono in piedi Book Cover Come cavalli che dormono in piedi
Paolo Rumiz
Feltrinelli
2014
9788807031045

Cos’è la pietà? È un sentimento che non può non conoscere chi ha assistito a un parto. È un sentimento prepotente e pieno di grazia, irremovibile. Nasce quando si intuisce, osservando una nuova vita venire alla luce, quanto doloroso sia, o almeno possa essere, dare vita a un essere umano, quanto pericoloso, e quanto destabilizzante. E quindi quanto sacra sia ogni vita. E quanto santa. Questa è la risposta che può dare un figlio della nostra epoca, nato a fine anni Settanta. Uno che non ha mai conosciuto la guerra, come me: beato me, fortunato me, fortunati i miei coetanei italiani.

Invece, uno dei ragazzi mandati al fronte durante la Grande Guerra, quale che fosse la sua divisa, poteva dare una risposta diversa. Pietà era il rispetto per il nemico prigioniero; pietà era il rifiuto della crudeltà; pietà era il pieno riconoscimento della sua dignità. Combattere si doveva, sparare si doveva, morire si poteva. Capitava. È uno scenario leggermente irreale, per la mia generazione. Quasi astratto. Nessuno ragiona nei termini della “possibilità di risparmiare una vita”, nella quotidianità. Non sappiamo cosa significhi. Non capiamo in che contesto possa succedere. Non abbiamo memoria della sua profonda drammaticità, e della sua universalità – tutte le epoche, tutti i popoli, tutte le terre hanno conosciuto la guerra. E tutte le epoche, tutti i popoli, tutte le terre hanno potuto imparare la pietà. Non siamo mai riusciti a cristallizzarla, a eternarla.

La letteratura è una strada per ritrovare la pietà, e per rinnovarla. Può essere una strada per ritrovare la pietà, e per rinnovarla. È il caso del libro “Come cavalli che dormono in piedi” dello scrittore adriatico e mitteleuropeo Paolo Rumiz, pubblicato da Feltrinelli a fine 2014, nel centenario della Prima Guerra mondiale. Centenario della Prima Guerra Mondiale per diversi eserciti e diversi popoli: ad esempio per i trentini, i triestini, gli istriani e i dalmati che si trovavano a servire l’impero asburgico, del quale erano cittadini, è così. Per i veneti, i friulani e tutti gli altri popoli che abitano l’odierna nazione italiana non è così: il centenario cade tra pochi mesi, nel 2015. Già.

Cosa vuole restituirci Rumiz? La pietà per tutti i caduti. Tutti. E magari, su questa pietà condivisa, sogna e spera si possa fondare qualcosa di nuovo, in contesto europeo, o forse di antico. Cosa sa bene, Rumiz? Semplice: che per conquistare questa pietà non basta essere sensibili; non basta essere umili, e forse può non bastare credere in Dio. Per conquistare pienamente questa pietà si può e si deve tenere presente che gli eserciti nemici non erano, in realtà, linguisticamente o etnicamente nemici. Almeno: non in questo caso. Parlavano per lo più in veneto [variante “istroveneta”] i figli dell’Istria, da Muggia ad Albona, da Capodistria a Pola, che servivano, da circa centodieci anni, l’impero asburgico; capivano perfettamente il veneto i figli della costa dalmatica, da Spalato a Sebenico (la Sebenico del grande Tommaseo!); parlavano un dialetto veneto, speziato da parole slave e tedesche, a Trieste e dintorni, e infine parlavano un dialetto veneto in Trentino. Soltanto: istriani, dalmati, triestini e trentini si trovavano in divisa giallonera, a servire con dignità, e a volte con orgoglio, l’impero asburgico; una minoranza, valorosa ma pur sempre minoranza assoluta, di istriani, triestini, dalmati e trentini aveva preferito passare la frontiera e andare a prestare servizio per l’esercito del Regno d’Italia.

Cosa ci ripete Rumiz? Che di questi nostri fratelli in divisa giallonera sappiamo poco, pochissimo, forse niente; che a scuola nessuno ci ha spiegato quanti erano, e in cosa credevano; che anzi a scuola si è parlato solo del martirio del trentino Battisti, dell’istriano Filzi, del triestino Slataper, del dalmata Rismondo; o dell’istriano Nazario Sauro, del triestino Carlo Stuparich. E che questi martirii esemplari hanno finito, molto paradossalmente, per rappresentare la totalità dei figli del Trentino, dell’Istria, di Trieste, della Dalmazia: e ciò sconcerta, considerando i numeri – quando superstiti al tempo, e alla propaganda nostrana, si capisce – e le proporzioni. Ad esempio, per i trentini: “In cinquantamila erano partiti per il fronte russo, contro le poche centinaia che avevano disertato per andare a combattere con l’Italia” [p. 158]. Sappiamo che sono partiti in tutto in centoventimila per il fronte galiziano, a combattere per l’Austria contro la Russia, e contro la Serbia; sono morti almeno in venticinquemila. Rumiz ci spiega che, a Trieste, “dopo il 1918 sono state deliberatamente occultate le liste dei morti messe a disposizione da Vienna. Si è fatto sparire tutto, e oggi non abbiamo né i numeri né i nomi. […] La damnatiomemoriae ha cancellato anche l’anagrafe. Non uno straccio di lista, non un miserabile elenco, niente di niente. Nulla per risalire ai cimiteri di guerra registrati dagli archivi austriaci” [p. 26]. In Trentino, aggiunge, qualche segno è rimasto: ci sono cimiteri di paese con monumenti “ai Caduti”, con l’indicazione “1914-18” e non “1915-18”. Nella Venezia Giulia – e intende, immagino, ciò che ne rimane, oggi, cioè Gorizia e Trieste, escludendo l’Istria – “tutto è scomparso fino agli anni Novanta per via della Guerra Fredda” [p. 27].

La ragione per cui chi parlava la nostra lingua, o almeno uno dei nostri principali dialetti, veniva spedito su un fronte ben diverso dal nostro era molto chiara: l’Austria aveva paura di defezioni, di diserzioni, di cameratismo e fratellanza per ragioni etniche, culturali in genere. Qualcosa di simile capitava ai tedeschi di Prussia – ma questo Rumiz non lo ricorda, mi pare – perché l’Esercito Prussiano destinava i sudditi alsaziani e lorenesi alla Kriegsmarine, anche se provenienti da zone ben poco rivierasche, per evitare tentazioni di passaggio al nemico francese. Saggia scelta.

Bene: in ogni caso Rumiz ha ragione, perché nei nostri programmi scolastici, quando si parla di Grande Guerra, non c’è traccia dei nostri soldati in divisa giallonera. Forse per un bisogno fisiologico di semplificazione. Forse per pura propaganda. Forse per incoscienza. Sta di fatto che Rumiz individua in questa aporia una possibilità per rifondare una possibilità di dialogo e comprensione tra i popoli: per restituire armonia all’Europa, che pare, a distanza di cento anni, essere di nuovo sul punto di fratturarsi, proprio ai vecchi confini orientali dell’Impero Austro-Ungarico, in Ucraina, parte dell’antica Galizia. Coincidenza? Rumiz non crede. Rumiz ha paura che si possa rischiare un altro “immane sacrificio umano”, come è stato la Grande Guerra. Dalle nostre parti, Rumiz ricorda che i morti sono stati il doppio dei vivi: “fra italiani e austriaci, più di quattrocentomila in uno spazio ridicolo, una densità forse più alta sul fronte francese” [p. 16]. Non consola sapere che tra gli austriaci non ci fosse “gente nostra”, almeno su quel fronte. Non cambia la drammaticità del dato.

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Cos’è, allora, questo “Come cavalli che dormono in piedi”? Tecnicamente, di cosa si tratta? È una sorta di itinerario spirituale, da Redipuglia ai Carpazi e ritorno, di un cittadino italiano profondamente scosso dalla complessità delle vicende di queste terre, nipote di un soldato nostrano e asburgico, Ferruccio Pitacco. Rumiz è un cittadino italiano che viene da sangue molto misto, come ogni triestino: nel suo caso, metà friulano, un quarto istriano, un quarto boemo [si veda p. 49]. Un cittadino italiano che ha cercato di mettere ordine nel suo sangue, e di mettere pace tra i suoi antenati; un intellettuale andato in cerca di una sintesi lineare a una vicenda complessa, vagheggiando che da questo esercizio di scarnificazione della propria anima e del proprio passato possa derivarne una lezione universale. Rumiz ha ripetuto l’esercizio Latino dell’incubazione – vale a dire, “dormire una notte nel tempio” – per farsi insegnare ciò che è stato dai caduti. Dai caduti di Redipuglia, dai caduti degli altri cimiteri. Cosa ha ritrovato? Per me, una profonda pietà, cristianissima. E insieme una fascinosa e contraddittoria lezione di storia: “Che quando noi si dice ‘i nostri’, nemmeno noi sappiamo di chi stiamo parlando, se dei soldati in divisa austriaca o dei bersaglieri giunti a ‘redimerci’ nel 1918” [p. 49]. E soprattutto: che quando noi, quassù a nordest, si dice ‘i nostri’, intendiamo dire che ci riconosciamo in entrambi. Così difficile da capire? Adesso forse meno di un tempo. Non c’è niente di schizofrenico. C’è solo tanto disordine.

E qui apro una dovuta parentesi famigliare, per dare robusta manforte al discorso di Rumiz. Penso ai miei bisnonni e posso raccontare semplicemente – si fa per dire; ci provo – questa storia: ramo paterno… mio bisnonno Amanzio Franchi, romano, ha servito il Regno d’Italia tra i granatieri, combattendo con onore, e ha partecipato a qualche impresa adriatica degna di memoria. Mio bisnonno Mario Giani, triestino, ha servito Franz Josef combattendo in Galizia, con onore, e ha sposato la sua dolce Mercedes a Graz, a guerra appena finita, restando con lei ad aspettare il tempo dovuto per rientrare nella nuova Trieste italiana. Lei era di sangue austriaco, la sua famiglia triestina da un pezzo, un nonno kapellmeister, gente legata a Massimiliano d’Austria. Lui, Mario Giani, era figlio di un italiano e di una francese. Una francese triestina, si capisce, figlia di un ombrellaio di piazza Piccola, Jean Chazelon; mentre suo padre si era sposato, a sua volta, con una triestina di sangue austriaco, Ebbert. Ciò capitava a Trieste nel primo Ottocento. Potremmo risalire ancora più indietro, ma non qui. Mario Giani, soldato “italiano triestino” di Franz Josef, era quindi di madre francese, di nonna paterna austriaca, di nonno materno francese (e nonna materna dalmata, Rismondo. Alè). Tutti loro si proclamavano “triestini”, e parlavano tra loro in dialetto triestino. Cioè in un veneto “molto colorito”. Quando Mario era al fronte, i soldati austriaci gli domandavano spesso se davvero era fedele agli Asburgo, perché evidentemente parlava tedesco con un forte accento italiano. I tempi erano quelli. Gli austriaci però erano suoi compatrioti: lui era cresciuto in una città austriaca in un cui si parlava un dialetto italiano. Era un dato di fatto. Per la cronaca, nella Seconda Guerra è stato ufficiale gentiluomo italiano. Ha combattuto, ha perso, è caduto in disgrazia, è morto nell’anonima Grottaferrata pochi anni dopo.

Ramo materno, mio bisnonno Bepi Pozzecco, da Umago, ha servito Franz Josef combattendo “in Romania”, credo cioè nei Carpazi, perché altro non poteva fare: era un bravo contadino di sangue istroveneto (e di madre Manin) e la sua gente (gli istriani tutti, eccetto quelli di Pisino e pochissimi altri) era sotto dominazione austriaca da centodieci anni circa. Servire l’impero era ormai diventato naturale. Chiaramente i settecento-ottocento anni di dominazione veneziana precedente avevano il loro peso: l’Istria, a differenza di Trieste, non ha mai avuto dubbi sulle sue appartenenze, fino al martirio che tutti ben sappiamo, cioè l’esodo della maggioranza assoluta della popolazione tra 1943 e 1954, ultima coda a fine anni Cinquanta. L’Istria gridava “Viva San Marco!” con tutta sé stessa. Trieste no: va ricordato. Trieste era austriaca dal 1382, cioè da oltre mezzo millennio. C’è qualche differenza. Robusta.

Con questo quadretto, confermo la giustezza della logica di Rumiz – e anzi mi accorgo che anche i miei bisnonni stavano più di là che di qua, per così dire, e naturalmente non mi sento meno patriottico o meno italiano o meno mediterraneo per questo. C’era anche il fratello di De Gasperi, Augusto, in divisa giallonera… [p. 160]. So bene che la nazionalità è una questione culturale, prima che etnica; una scelta consapevole, elettiva; e in ogni caso, venendo, per tre quarti, da terre etnicamente miste, non potevo aspettarmi niente di diverso, considerata l’epoca in cui sono nato. Capisco però con maggior chiarezza che fratricidio assurdo è stato contrapporsi tra popoli europei nel Novecento: che clamorosa autodistruzione abbiamo conosciuto, disintegrando un equilibrio che poteva durare per secoli, ancora. E scopro, e condivido, una notizia che mi fa capire perché il mio bisnonno Giani s’è sposato a Graz, attardandosi non poco da quelle parti, invece di rientrare a Trieste, finito il servizio. Non c’entrano i giochi dell’intelligence. La notizia è questa qui, e mi pare decisamente nuova:

“Ma il peggio venne dopo, quando i vincitori, nel 1918, invece di restituire l’onore a quei ragazzi, adottarono la menzogna del nemico e confermarono la degradazione. Non si doveva sapere che migliaia di italiani avevano combattuto per l’Austria con onore. E così accadde che a guerra finita, al ritorno dal fronte o dalla prigionia in Russia, i nostri furono non solo diffidati dai carabinieri a raccontare ciò che avevano vissuto, ma addirittura spediti in campi di rieducazione nell’Italia del Centro-Sud. Dopo essere stati troppo italiani per i tedeschi, erano diventati troppo tedeschi per gli italiani” [pp. 24-25].

Questa storia dei “campi di rieducazione” mi risulta decisamente inedita. E angosciante. Sui libri di storia, decisamente, non c’è mai stata. Più avanti:

“Appena messo piede nelle terre loro, trentini e adriatici vengono internati e non fanno nemmeno in tempo a riabbracciare le famiglie. Molti di quelli che sono già tornati individualmente via terra sono invitati a presentarsi ai carabinieri ‘per comunicazioni che li riguardano’ e lì sono impacchettati a tradimento e spediti sotto scorta nei più remoti villaggi d’Appennino, a scopo rieducativo. Svernano nei dintorni di Isernia o Campobasso, con intorno la febbre spagnola che fa strage, blindati in chiese sconsacrate o scuole chiuse, dove vengono comunque a contatto con un’umanità povera e compassionevole, ma infinitamente meno istruita di loro. Spesso gli italiani austroungarici di ritorno sulle tradotte finiscono col fare un viaggio parallelo a quello degli italiani del Regno […]. Centinaia di migliaia di uomini su cui pesa l’ombra del ‘tradimento’ di Caporetto […]. Una crudeltà che provoca decine di migliaia di morti” [p. 224].

Quando capiterà, nei mesi a venire, di leggere panegirici sulla Vittoria, non dimenticate di tornare a sfogliare questo libro per ricordare che tutto è molto più complicato di quello che sembra, e più sfaccettato, e più colorato, e più caotico. E se andate, o tornate, nel sacrario di Redipuglia in pellegrinaggio, per favore, portate un fiore per i nostri ragazzi, e un fiore per i ragazzi del “nemico”. C’è un altro cimitero, a poca distanza, sull’altro lato della strada. Un buon punto di partenza. Del resto, sul resto, è bene meditare molto a lungo, per molto tempo ancora, tutti. Dormiamoci su.

Gianfranco Franchi, Trieste [ex Triest, ex Tergeste], dicembre ’14.

Prima pubblicazione: gianfrancofranchi.com

Cosa ci ripete Rumiz? Che di questi nostri fratelli in divisa giallonera sappiamo poco, pochissimo, forse niente; che a scuola nessuno ci ha spiegato quanti erano, e in cosa credevano; che anzi a scuola si è parlato solo del martirio del trentino Battisti, dell’istriano Filzi, del triestino Slataper, del dalmata Rismondo; o dell’istriano Nazario Sauro, o del triestino Carlo Stuparich. E che questi martirii esemplari hanno finito, molto paradossalmente, per rappresentare la totalità dei figli del Trentino, dell’Istria, di Trieste, della Dalmazia…

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