Candaule

Candaule Book Cover Candaule
Roberto Sacchetti
Salerno
2007
9788884025692

Centotrenta anni dopo la prima edizione in volume (Milano, Treves, 1879), viene finalmente ristampato, a cura di Francesco Lioce, il racconto lungo “Candaule” dello scapigliato Sacchetti, salutato come anticipatore del decadentismo. Il racconto trae chiara ispirazione da una leggenda narrata da Erodoto: voleva che Re Candaule (Mirsilo, ultimo Re eraclide dei Lidi) si fosse vantato della bellezza di sua moglie col suo prediletto Gige: fino a pretendere che lui la guardasse, di nascosto, nuda. Gige, pure inizialmente restio e titubante, s’era lasciato condizionare e convincere, temendo la punizione del sovrano. La regina, tuttavia, s’era accorta della sua presenza, e aveva pianificato subito una vendetta. E così aveva convinto Gige a uccidere il Re, e così Gige era divenuto Re. Nel libro di Sacchetti, d’ambientazione napoletana – una “favola moderna”, secondo Lioce – le variazioni rispetto al pattern, come vedremo, non mancano; e sprigionano fascinose ragioni di riflessioni. Come illustra il curatore, in questa intervista esclusiva.

GF: Quale impatto potrà avere questa nuova edizione di “Candaule” di Roberto Sacchetti, oltre un secolo dopo la prima pubblicazione? Ritiene che l’autore possa rivelarsi seminale?

FL: Purtroppo viviamo in un contesto storico poco favorevole alla lettura di libri intelligenti. E Candaule, come spiego nella mia introduzione, è un racconto assai significativo, sotto diversi punti di vista. Seminale un autore come Sacchetti dovrebbe esserlo, se non presso il pubblico più vasto, almeno presso gli storici della letteratura. Dovrebbe. Sfortunatamente, però, a prevalere sono sempre pregiudizi, pareri omologati e un preoccupante provincialismo di stampo esterofilo. La critica, poi, è sclerotizzata e scrive il già scritto, spesso senza neppure leggere il testo. Rimango, tuttavia, convinto che un’attenta lettura di Candaule sia in grado di aprire nuove interpretazioni sulla singolarità dello stile sacchettiano e su quello che ha significato, più in generale, il fenomeno della Scapigliatura.

GF: Contestualizziamo la produzione di Sacchetti nella Scapigliatura: quali crede siano gli elementi distintivi e peculiari, quali i tratti in comune?

FL: Amico, tra gli altri, di Giacosa, Praga e Faldella, Sacchetti ha, comunque, fatto parte della temperie scapigliata. Scapigliato in lui è senza dubbio il suo presentarsi come un autore di passaggio e capace, proprio per questo, di unire tra loro istanze romantiche e veriste, e di precorrerne altre di matrice decadente. La Scapigliatura fu un insieme di fermenti, di incontri spontanei tra personalità diversissime che, sebbene unite da una passione comune, in realtà, non fecero mai gruppo. Come tutti gli scapigliati, insomma, Sacchetti è stato scapigliato a modo suo. Quello che lo peculiarizza di più è, senz’altro, il suo linguaggio medio, giornalistico nel senso più comunicativo del termine. Lontana tanto dagli eccessi esistenziali di Praga e Tarchetti, quanto dall’espressionismo di Dossi, la sua esperienza umana e artistica si è risolta tutta nella causa risorgimentale, prima, e in quella giornalistico-letteraria, dopo.

GF: Perché, nel corso della sua ricerca sulla Letteratura Italiana del secondo Ottocento e del primo Novecento, ha concentrato le sue attenzioni proprio su Roberto Sacchetti? S’è trattato d’una coincidenza oppure siamo di fronte a un antico amore dalle radici personali e segrete?

FL: Appena mi sono imbattuto in Sacchetti, ho capito la forza della sua scrittura. Sono studioso di Dossi, e da diversi anni ho a che fare con la Scapigliatura, però l’incontro con Sacchetti è avvenuto casualmente, in biblioteca, durante le mie indispensabili letture. Mi dispiace dirlo, ma né la scuola, né l’università mi hanno mai messo in contatto con questo autore. Si è trattato, insomma, di una fortunosa coincidenza. Ritengo, comunque, doveroso, da parte di un letterato, riscoprire quanti sono stati ingiustamente dimenticati. Il mio interesse per Sacchetti è nato anche per questo. Continuo a chiedermi come sia possibile ignorare un racconto come Candaule, tutto problematicamente tramato sulle contraddizioni psichiche dei personaggi principali. Un racconto che va ben oltre le caratteristiche scapigliate di Sacchetti e che si colora di tinte decisamente decadentistiche grazie a uno psicologismo sottile, capace di anticipare alcuni congegni pirandelliani, quali quello del fatto inesistente (L’esclusa) e la messa in scena del momento topico a scopo terapeutico (Enrico IV). Senza dimenticare che, rispetto alla Fosca di Tarchetti, la vicenda narrata in Candaule (che a quella tarchettiana, per molti aspetti, potrebbe assomigliare) è incline all’analisi e non alla descrizione compiaciuta dei fenomeni mentali più morbosi. La protagonista si fa, tra l’altro, portavoce di alcune rivendicazioni femministe come il divorzio e l’indipendenza economica. E Candaule, lo ricordo, è stato pubblicato nel 1879...

GF: Curerà nuove edizioni di Sacchetti? Magari l’opera omnia… oppure si sta dedicando ad altri autori dimenticati o perduti? Se sì, quali e perché: suggestioni, motivazioni, ambizioni.

FL: L’opera omnia di Sacchetti non è stata mai pubblicata, eppure, a detta di autorevolissimi studiosi, tra cui Croce e Contini, è stato l’autore di uno dei migliori romanzi scapigliati, Cesare Mariani, e del migliore romanzo di impianto storico-risorgimentale, Entusiasmi. E di ottimo spessore sono anche alcuni dei suoi numerosi racconti. Sulle mie prossime mosse editoriali, però, preferisco non dirle nulla. Un amore antico e radicato lo nutro nei confronti di Dossi, tanto dello scrittore quanto del politico. Sull’uomo di Zenevredo ho fatto la mia tesi di laurea (Carlo Alberto Pisani Dossi: dalla letteratura alla politica), e su di lui sto facendo anche la mia tesi di dottorato: mia intenzione è ricostruire per intero le varie e complesse fasi della sua straordinaria figura, dai capolavori del suo prodigioso talento letterario al suo impegno diplomatico accanto a Francesco Crispi. Insomma, sarà una vera e propria biografia.

GF: Sempre ondivaga la considerazione di Sacchetti, nella nostra storia letteraria: stesso vale per la Scapigliatura, in generale. S’avvicina il momento d’una rivalutazione: per parecchi, coinciderà con la prima lettura… quali le prospettive? Quali i primi passi?

FL: In effetti, anche se in proporzioni diverse, lo stesso è accaduto alla Scapigliatura che, se si esclude il solo Gaetano Mariani, autore di uno studio completo (Storia della Scapigliatura, Roma-Caltanissetta, Sciascia, 1967), non è mai stata presa in giusta considerazione. E si è trattato, invece, della prima avanguardia capace di rivitalizzare in modo davvero significativo la nostra letteratura. Si pensi a un dimenticato come Rovani, autore di un imponente affresco come Cento anni o a Cletto Arrighi, altro scrittore di razza e capostipite degli scapigliati (fu lui, tra l’altro, a coniare il neologismo nel romanzo intitolato, per l’appunto, La scapigliatura e il 6 febbraio) o, ancora, all’acutezza critica di un Cesare Giuseppe Molineri. E si pensi ad alcune delle numerose riviste scapigliate, La Cronaca Grigia, La Rivista Minima, Il Velocipede, Il Gazzettino Rosa, La Palestra Letteraria Artistica Scientifica, le prime che con il loro entusiasmo sincero hanno cercato di coinvolgere, oltre agli specialisti, anche il grande pubblico. Senza dimenticare la capacità precorritrice del movimento, precursore del Futurismo e, insieme al Futurismo, unica avanguardia capace di assumere l’importanza che solitamente si addice al classico. Basti pensare al binomio poesia-pittura in Praga e a quello tra musica e letteratura in Arrigo Boito, librettista di Verdi e Ponchielli: la contaminazione futurista delle arti prende le mosse proprio dai più disparati fermenti scapigliati.

**

Ringraziato Lioce entriamo nel libro, adesso. “Posseggo la più bella persona del mondo” – giura il barone, pronto a scommettere. È una notte come tante altre, nel Club. Si gioca, si beve, si perdono e si vincono piccole fortune. Qualcuno si compromette, altri sono tanto ricchi che possono bruciare denari come niente fosse. “Posseggo” è il verbo giusto: per questo poco brillante esteta ed edonista, la moglie è un oggetto da mostrare, come un bel tavolo o un gran baldacchino. Del resto, si sente nemico della noia e della solitudine, sa che “il valore di una cosa è la stima che ne hanno gli altri. Non è vero?” (p. 49), quindi intende sentirlo ribadito, questo valore. Se ne dimentica, senza conferme.

C’è chi vuole sfidarlo, la posta in palio è sempre più chiara. C’è qualcuno che va a interromperlo, per rispettare l’onore della donna. È un giovane capitano, pieno di dignità e di debiti – naturalmente, nei confronti del barone – che capisce che sotto i fumi dell’alcol parecchie battute possano rivelarsi sgradevoli e insensate. Così, evitando l’umiliazione alla signora, involontariamente ne diventa protagonista. Accompagna il barone fuori dal Club, quando ormai è rimasto solo a vantare la bellezza dell’oggetto che possiede. Diventa lui il destinato alla visione.

Il barone e sua moglie Vittoria vivono in una splendida casa, a Mergellina. Lei è un’aristocratica d’origine siracusana, sposa per liberarsi dal controllo d’altri. Vive malinconica e austera, guardando il mare. Ha venticinque anni, è rossa di capelli, ha il distacco e l’eleganza d’una dea Latina. Ogni giorno, dopo il bagno, rimane immobile ad asciugarsi, come una statua (p. 53).

Io odio quella donna e ella mia odia; ma l’adoro come forma. Se se ne accorgesse, la sua parola ucciderebbe l’incanto” (p. 51) – spiega, inspiegabilmente lucido, il barone. La visione di lei non è un desiderio, né una necessità: è una costrizione nei confronti d’un creditore. Il capitano, nascosto, guarda. Quindi, fugge via.

Questo il principio d’un racconto lungo che, si sarà inteso, non prende chiare distanze dalla leggenda, almeno nei nodi iniziali; soltanto successivamente, post mortem del barone per mano del capitano, sostanzialmente e allegoricamente armato dalla donna, qualcosa muterà. Ché stavolta Gige si ribella alla sua sorte, non può amare la regina perché ha assassinato il re. I sensi di colpa lo trascinano nella follia, e la regina rimane al suo fianco sperando di guarirlo, invano. Dimostrando l’inciviltà d’una società estranea alla giustizia: al divorzio, alla libertà delle donne, alla verità.

Tutto il libro si concentra, quindi, sull’analisi e sull’introspezione psicologica dei due amanti, amanti d’un amore astratto, parlato, mai consumato; la storia la rivela il titolo, le variazioni assumono rilevanza in considerazione d’una comparazione con la fonte prima, magari in accezione sociologica o di lettura dello Zeitgeist. Vittoria e il capitano sono aristocratici decaduti; entrambi sembrano segnati dai rovesci della sorte, lei per la perdita dell’autonomia, lui per le sfortune al gioco d’impronta paterna. Lei sembra reagire convulsa e frustrata, lunatica e volubile e imprevedibile. Lui appare equilibrato e onesto sino all’eccesso, rivelando una debolezza e una dipendenza dalla volontà del più forte che lo castigheranno.

Il loro legame si fonda sulla lealtà cavalleresca d’un uomo che sente di dover riconquistare la fiducia d’una donna che lo rimprovera d’avere in sé un ricordo che la oltraggia, e che non può svellergli dal cuore (p. 71): se ne innamora per riconoscenza, in un certo senso, e vive del suo sorriso e della sua approvazione. Sempre ondivaga e distruttiva, Vittoria è una droga mortale, crea dipendenza. Tuttavia è dannata, come dannati sono tutti i personaggi. Dannato il barone, vacuo e mediocre, condannato a morte dalla sua presunzione e dalla sua superficialità. Dannata Vittoria, solitaria e rancorosa, vittima di se stessa e quindi degli uomini che vorrebbero amarla. Dannato il capitano, che s’arrende prima al creditore poi all’onore, infine cede a un amore che cerca come la lingua quando punta un dente malato. È un piacere amarissimo, al confine col masochismo.

Stilisticamente, la narrazione si fonda esclusivamente o quasi sui dialoghi; le descrizioni sono rare ed episodiche, tanto che si ha l’impressione d’una facile adattabilità teatrale dell’opera, con minime riduzioni e opportune ellissi. Lioce tende a salutare come proto-decadentiste le tematiche e certo taglio delle argomentazioni; naturalmente, non possiamo trascurare nemmeno istanze post-romantiche. L’esempio elementare e chiarificatore è nell’epilogo drammatico a firma Goethe e Foscolo, nel romanzo speculare d’un amore sfortunato e incompreso che figlia un suicidio. Amore sprigiona disperazione, e morte, e incomprensione. L’ossessione non si normalizza, discende a valle, s’infrange. E quanto aleggia una molto classica predestinazione: “I tristi ricordi delle sue sventure soggiogavano il suo spirito a una superstiziosa idiosincrasia, a un lugubre fatalismo. Spesso una disgrazia che si teme è una disgrazia cui si va incontro: i casi esteriori si modellano spesso sopra i presentimenti” (p. 105): e avanti, donec ad mortem, “reale” o “differita” poco importa.

Questo libro poteva – a suo tempo – essere uno splendido gioco di ruolo: un argomento per le conversazioni nei salotti letterari (o nei salotti, sic et simpliciter), confusi tra adesioni empatiche e scandalistiche a una o un’altra condotta, a una o un’altra possibilità di cambiare la realtà. Oggi si rivela un interessante esemplare di letteratura italiana del secondo Ottocento, opera letteraria dalla lingua ibrida, giornalistica e letteraria, d’uno scrittore morto troppo giovane, e presto accantonato.

Non scriverò libro necessario: scrivo libro appassionante, coinvolgente, intelligente. Moderno. La mia scapigliatura rimane quella proto-espressionistica: dossiana. Cercavo e cerco sempre evoluzione e innovazione: la variazione non m’appaga, mi diverte. Forse sono io a essere demodé.

Francesco Lioce detta un’altra rotta, avete letto e inteso, segnalando elementi fondamentali e indiscutibili per poter affermare che Sacchetti è stato antesignano o precorritore della modernità. Infine, centotrenta anni dopo, qualcuno se ne è accorto.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Roberto Sacchetti (Torino, 1847 – Roma, 1881), giornalista e scrittore italiano. Esordì pubblicando il romanzo “Cesare Mariani” nel 1876.

Roberto Sacchetti, “Candaule”, Salerno Editrice, Roma 2007. Introduzione, nota bibliografica, nota biografica e nota al testo a cura di Francesco Lioce.

Prima edizione: “Candaule”, Milano, Treves 1879.

Nella nota al testo, il curatore – Francesco Lioce – spiega: “Apparso a puntate in appendice a «Il Pungolo» dal 17 agosto al 22 settembre 1878 (numeri 226-260), il racconto darà il titolo al volume (Milano, Treves, 1879) in cui saranno inclusi altri tre scritti, Vigilia di nozze, Riccardo il tiranno, Da uno spiraglio. Il testo qui adottato è quello dell’ed. in volume, la quale rappresenta l’ultima volontà dell’autore e non presenta variazioni di rilievo rispetto all’ed. in rivista. Pubblicata quando l’autore era ancora in vita, l’ed. Treves presenta soltanto alcuni refusi e banali errori di stampa”.

Gianfranco Franchi, luglio 2007.

Prima pubblicazione: Lankelot.