Bancone verde menta

Bancone verde menta Book Cover Bancone verde menta
Simona Baldanzi
Elliot
2009
9788861920835

“Teresa dice: 'Il sole se ne sta andando'. E Chicca, sussurrandomi all'orecchio: 'In francese si dice entre chien et loup, capisci? Tra il cane, che è il giorno, e la notte, che è il lupo. Quell'ora in cui non si distingue'. E immagino, dietro al sole, denti aguzzi e un ululato spaventoso” (p. 47).

Ecco: il secondo romanzo di Simona Baldanzi, narratrice toscana classe 1977, è una storia che sembra ambientata, simbolicamente, proprio quando viviamo, come generazione, come individui, quell'ora in cui non si distingue ancora il passaggio tra cane e lupo: la notte fa paura ma va affrontata; bisogna andarle incontro, bisogna domarla. La notte di Monica, protagonista del romanzo, è quella di una giovane donna (ragazza, dopo i trent'anni, è difficile dirlo: siamo coetanei, sappiamo che differenza c'è), nata e cresciuta nella provincia del Mugello, che vive poggiando sulla scrittura – sentita come un privilegio – e su qualche lavoretto, e intanto si domanda se abbia avuto senso amare, se lei abbia amato davvero, se amare sia un privilegio esattamente come scrivere (cfr. pp. 167-168). Questa sua retrospettiva – intimista, esistenzialista, poetica – viene innescata, nella finzione narrativa, da un libretto di viaggio e di buoni sentimenti commissionato da un periodico, pianificato per l'uscita a metà febbraio, san Valentino. Monica e la sua collega Chicca, fotografa, hanno a disposizione un budget ridotto (siamo alle solite) e tanta voglia di dimostrare ai committenti e al pubblico che è possibile raccontare l'amore e le città con personalità e originalità.

Monica è una scrittrice e una giornalista barricadera. È una nata – proprio come la Baldanzi – dedicandosi alle inchieste (l'autrice, gioverà ricordarlo, è laureata con tesi sull'impatto sociale dei cantieri della TAV nel Mugello) e va coniugando impegno sociale e impegno civile con grande facilità e naturalezza; e così, la scelta delle città man mano omaggiate, trasfigurate e raccontate (Marsiglia, Genova, Torino, Barcelona) costituisce un percorso altro di controinformazione e di sensibilizzazione del pubblico; senza artificiosità, ci si ritrova a pensare alle banlieu, ai fatti tristi dei giorni del G8 e magari alle condizioni dei lavoratori del porto di Genova, alle stravaganze e alle ingiustizie sofferte dai lavoratori della Fiat, alle rivendicazioni del popolo catalano.

“Giusto, non siamo magistrati. Noi non giudichiamo. Noi facciamo informazione. E queste cose non si sanno. Ma se si sanno, qualcuno dovrà muoversi. Neanche mi interessa più di tanto la giustizia, mi rivolgo ai cittadini, a chi ha creduto che certa gente lavorasse per il bene comune” (p. 210).

“Bancone verde menta” è, in buona sintesi, letteratura nata quando l'amore e i sentimenti incontrano l'impegno civile, la passione politica. Tutto è stratificato, tutto si può leggere su almeno due livelli. Se da un lato filo rosso della narrazione, assieme alla stesura di questo libro di viaggio e d'amore, è l'innamoramento magico (mojo!) per un barman della sua cittadina, presto ribattezzato Bancone, dall'altro il lettore si ritrova a giostrarsi tra memorie di battaglie politiche sul territorio e non solo. La narratrice soffre di questa sua sensibilità multipla, umanissima – rivolta a tutto ciò che esiste. “Tu mi baciasti con una forza impetuosa, quasi a ripulire la mia saliva avvelenata. Sputo rabbia a casaccio, molte volte. Io sono morsa dentro, avrei voluto dirti, e non ti azzardare a curarmi” (p. 202).

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Sfogliando la bandella di questo libro e la rassegna stampa del romanzo precedente, “Figli di una vestaglia blu”, mi domandavo, prima di cominciare a leggere, se non ci fosse il rischio di una lettura appesantita da un approccio del genere; la risposta, al termine del viaggio, è sicuramente negativa. La Baldanzi ha una scrittura lirica, è capace di descrizioni parte favolistiche, parte poetiche, spesso politiche: e ha una buona capacità di controllare e dettare i ritmi dei dialoghi, restando fedele al parlato ed evitando di cadere nelle costruzioni letterarie. Non sta facendo propaganda: sta facendo letteratura. Militante.

Vediamo come si parla delle città. Ecco Marsiglia, laddove va a trovare un'amica incinta (il suo corpo è dolce, morbido e dischiuso, scrive: p.19): la città è uno scrigno in cui, a un tratto, puoi riconoscere “Odori dolciastri, di torrone, di zucchero, ma anche fritti, colonie pesanti, spezie, calce, polvere. I muri respirano, le porte sono bocche, le finestre anime, i tetti pensano” (p. 45). I tetti: pensano.

Genova lirica. “Lungo il percorso verso la Lanterna, vediamo lo scalo merci. Mi incanto a guardare i container rossi, blu, gialli, bianchi, arancioni. Sembrano grossi pezzi di Lego che spostano le cose. Che ce ne facciamo di tutta quella roba che ci sta dentro? I pacchi dono del capitalismo, da quelli ci siamo fatti corteggiare”. Ancora: “Da qua la città è lontana (…) Somiglia a un'istantanea disabitata” (p. 77).

Genova politica. “Genova ci fa male. Quel giorno non potevamo stare qua. Era la città senza nome, piena di gabbie per topi e di veleno sparso. Bestie dentro la Diaz, qualcosa da disinfestare, puzzavamo di mondo nuovo. E quando quel ragazzo è caduto sull'asfalto con il rotolo dello scotch al braccio, ne hanno ammazzati migliaia, dentro. 'La memoria è un ingranaggio collettivo, va oleata con cura', c'è scritto (…). 'No. Non deve sbiadire” (p. 63)

Torino: si pensa a cose un po' diverse dal solito: “Che il sindacato torna a Mirafiori dopo trent'anni? O a Lapo con la felpa con scritto Fiat? O a Montezemolo, alle scommesse su quando entrerà in politica, lui che poveretto va in fabbrica tutti i giorni per prendere più di ottocento volte lo stipendio degli operai? E alle opere collegate alle olimpiadi per il lifting della vecchia regina dell'industria italiana? E alla TAV ci pensano o quella esce fuori solo se dico Val di Susa?” (p. 95).

Ecco. Solo qualche esempio per orientarvi nella scrittura di SB. Passiamo a parlare del titolo, e della strana e dolce storia d'amore raccontata nel frattempo – in mezzo a tutte queste storie d'amore, a questi ex che diventano tutti Mioamore, quando assenza che azzanna (p. 33), quando memoria di dialoghi perfetti, scritti e non, quando dono di città (Marsiglia, p. 35) intere – e scopriamo una tenera vicenda di sguardi, di battute smozzicate, di bigliettini, di attese e di appostamenti, in attesa di qualcosa che sarà chiara a tutti, disorientandovi, soltanto nelle ultime battute.

Monica e Bancone parlando agganciando parole, “come artigiani a intrecciare gli anelli di una collana” (p. 12): si domandano di cosa si viva – non di scrittura, né di bar, ma di sentimento: di emozioni e di ferite dell'anima, di desiderio, di appartenenza – e sfidano il tempo ad avere pazienza, e infine forse si fraintendono – ma è come se fossero due personaggi di una fiaba di Andersen, in un certo senso è più bello così. Monica torna da lui dopo ogni viaggio, in attesa che succeda qualcosa (e intanto, tutto osserva e memorizza: ipersensibile, gentile, fragilissima). E la colonna sonora di questo libro è fatta spesso di canzoni romantiche, da Simon & Garfunkel a Nada, da Jeff Buckley a Fabrizio De Andrè, dagli Equipe 84 ai toscanacci Virginiana Miller, proprio forse per costituire un controcanto di questo amore che non vuole nascere, e tuttavia c'è. Come l'avvenire di un popolo che non ha più partito né ideologia, ma l'ideale lo tiene ben presente: è intatto, ben lo sappiamo, è salvo.

Orgogliosa, combattiva e fieramente legata al suo territorio, la Baldanzi – proprio come i suoi personaggi – vive e scrive con passione, intelligenza e grande sentimento. A volte rischia il misticismo, di fronte a certe esperienze:

“Penso che certi spettacoli siano come preghiere. La città da qua è uno zerbino di tetti di ardesia di fronte alla porta del mare. Sembra improvvisamente disabitata, povera, disadorna. Come fossero i tetti di Parigi spogliati del lustro, o i tetti di una città araba accesi di luce di cenere” (p. 79)

… ma infine la realtà pretende un tributo grande e assoluto – la presenza, la cosa che ha più valore al mondo, la presenza e la partecipazione – e Monica, giornalista e scrittrice barricadera e forte, saprà affrontare il lupo – la notte – e addomesticarlo. Con prepotenza, e con classe. Con amore – si può dire? - e senza retorica, senza bianciardiana agiografia della piccola provincia toscana.

Da leggere.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Simona Baldanzi (Mugello, 1977), scrittrice italiana. Laureata in Scienze Politiche con una tesi sull'impatto sociale dei cantieri della TAV nel Mugello, ha esordito pubblicando “Figli di una vestaglia blu” (Fazi), un romanzo operaista moderno, nel 2006.

Simona Baldanzi, “Bancone verde menta”, Elliot, Roma 2009. Collana Heroes.  Copertina di Maurizio Ceccato.

Approfondimento in rete: RadioRai 3 (2007) / Sito ufficiale di SB / Nazione Indiana

Gianfranco Franchi, Luglio 2009.

Prima pubblicazione: Lankelot.

Monica è una scrittrice e una giornalista barricadera. È una nata – proprio come la Baldanzi – dedicandosi alle inchieste (l’autrice, gioverà ricordarlo, è laureata con tesi sull’impatto sociale dei cantieri della TAV nel Mugello)…