Antonio Carbonetti. Giornalista esule dalmata

Antonio Carbonetti. Giornalista esule dalmata Book Cover Antonio Carbonetti. Giornalista esule dalmata
Lino Vivoda
Edizioni Istria Europa
2000

Carbonetti, già direttore del “Corriere Istriano”, quotidiano di Pola, fu uomo di grande cultura e passione dalmatica; ex allievo del Ginnasio Reale di Sebenico, esule in Italia, fu patriota instancabile e orgoglioso. Suo padre era marchigiano, sua madre una Jovanovich. Classe 1905, veniva da quella “fascia di terra meravigliosa” che va dal Quarnero di Fiume, a Nord, sino alla foce della Boiana, a Sud, confine con l'Albania: da Sebenico, madre del genio di Niccolò Tommaseo. Là, come a Zara o a Trau o a Spalato, tutta l'architettura grida e sempre griderà, nonostante il cemento selvaggio jugo-socialista: Venezia!

In quei primi anni del Novecento, il dominio era quello asburgico: già responsabile, purtroppo, d'una progressiva slavizzazione della Dalmazia. All'epoca, da quelle parti l'italiano era la lingua d'uso pubblico, mentre il serbo-croato era la lingua delle masse dei braccianti; il sogno di tanti era una Dalmazia autonoma, italiana e slava: né solo italiana né solo slava. Purtroppo le cose andarono molto diversamente. Nel 1920, post Rapallo, ci fu un primo esodo degli italiani dalmati, che non intendevano sprofondare nel Regno serbo-croato-sloveno; se ne andarono in migliaia, silenziosamente, disperatamente. Carbonetti e la sua famiglia erano tra di loro. L'odio jugoslavo avrebbe subito cominciato a mietere vittime in Dalmazia: tra i primi furono il capitano di corvetta Tommaso Gulli (medaglia d'oro) e il marinaio motorista Aldo Rossi: accadeva a Spalato, l'11 luglio 1920. La loro colpa era la loro italianità. La successiva rappresaglia triestina dell'incendio del Narodni Dom derivò dalle violente emozioni dei nostri compatrioti, figlie di quel terribile massacro. Uno dei primi d'una lunga serie.

Nel 1921 i Carbonetti raggiunsero la nostra splendida e oggi perduta Pola, in Istria, assieme a tanti altri esuli dalmati. Aprirono un bar in piazza Foro, vicino al porto. In quegli anni, in Istria si dovevano fronteggiare due mortali nemici: l'internazionale socialista e l'arrembante nazionalismo slavo. Carbonetti seppe riconoscerli e combatterli: volontario, combatté dal 1942 sul fronte della Lika, contro la guerriglia slavocomunista; rimase al suo posto dopo l'otto settembre, fronteggiando la difficile situazione con equilibrio e determinazione. Nemici erano gli invasori e ora amministratori tedeschi, nemici i partigiani jugoslavi e i loro sodali comunisti italiani. Scrisse Zacchi: “Carbonetti difese, nei sedici mesi in cui diresse il Corriere Istriano, il nostro onore nazionale; esaltò sempre, quando lo poté, la nostra volontà di non essere staccati dall'Italia, contrastò in tutti i modi l'invadenza e le imposizioni tedesche” (p. 27) Giornalista dal 1926 (“Il Piccolo”, “La Gazzetta di Venezia”, “Corriere Istriano”, “La Stampa”, “La Vedetta d'Italia” di Fiume, “Il Popolo”, “Il Giornale di Dalmazia” di Zara, “Il Popolo di Spalato”), fu anima storica di quel “Corriere Istriano” che avrebbe cessato le pubblicazioni il 29 aprile 1945, gli slavi alle porte della città. Risorto come “Il Nostro Giornale”, sempre in lingua italiana, cadde nelle mani dei polesani filotitini, illusi dalle vaghe e mendaci promesse internazionaliste jugoslave. Il quotidiano smetterà di uscire quando tutti i polesani se ne saranno andati via per sempre: costretti alla fuga per non diventare slavi e comunisti. È storia.

Carbonetti fu nuovamente esule: questa volta a Venezia. Tradito da un ex cameriere polesano, fu consegnato ai comunisti veneziani e imprigionato; processato, assolto e liberato, gli venne tuttavia proibito di continuare l'attività giornalistica. Dal 1946, nell'Italia repubblicana, fu così, ufficialmente, un contabile nel Consorzio Agrario Provinciale di Venezia. Ufficiosamente, scriveva sotto vari pseudonimi: “Leo di San Marco”, “Il Dalmata”, “Il Capitano Nero”; e così collaborò segretamente con varie riviste e quotidiani, come “Il Secolo d'Italia”. Cercò di indirizzare l'ANVGD verso una politica “più irredentista e meno rinunciataria, pungolandoli all'impegno unitario e contro coloro che in cambio di un sussidio governativo per l'associazione la indirizzavano verso il mero assistenzialismo” (p. 34). Sposò un'esule polesana incontrata a Mestre, Roma Terdi; si costruì una magnifica biblioteca, studiò e meditò, amò e scrisse, piangendo sempre la perduta patria, amaro, inconsolabile. Morì nel 1976, orgoglioso di non aver mai cambiato bandiera. Riposa nel Cimitero di Mestre.

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Scriveva il poeta Biagio Marin nel 1948: “L'opinione internazionale e quella italiana non si accorsero di ciò che avveniva in Istria dove la violenza, appaiata all'ingiustizia, era divenuta mostruosa e dove gli uomini, piccolo borghesi, contadini, pescatori, erano diventati povere cose che si possono stritolare a capriccio, eliminare dalla terra senza riguardi. Gli slavi perdettero ogni senso di misura e finirono per offendere troppa gente, troppi interessi, materiali e morali. Per questo gli esuli hanno lasciato la loro terra” (p. 52).

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Nell'introduzione, Vivoda ricorda il suo primo incontro con Carbonetti: era il 1957, si trovavano a La Spezia; lui era stato invitato a presidere l'assemblea nazionale per l'elezione del nuovo esecutivo locale dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, organo rappresentativo dei nostri 300mila esuli, figli delle terre vendute con disonore e cattiveria alla Jugoslavia.

I due si sarebbero ritrovati qualche anno più tardi, a Torino: polemico, Carbonetti denunciava che certi esuli compatrioti ormai preferivano “Una poltrona oggi, piuttosto che l'Istria, o Fiume, o Zara domani”. Non aveva torto, a quanto pare. Le nostre sacrosante rivendicazioni sembrano addormentate. Si sogna l'Euroregione, ma intanto i nuovi confini sloveni e croati spezzano in due la madre Istria; i crescenti, pericolosi nazionalismi locali macchiano e sporcano la storia, e il sangue dei nostri antenati. Serve diversa sensibilità nei confronti dell'Istria costiera, di Fiume e di Zara; nei confronti degli esuli e dei loro discendenti; nei confronti d'un futuro che si tinga, finalmente e nuovamente, di tradizione, di storia, di libertà, di giustizia, di Europa: per ammainare quelle bandiere nemiche che sventolano a casa nostra, nell'indifferenza di troppi, da troppi anni. È una barbarie. Vivoda dedica il libro alle figlie, “perché comprendano di quale tempra e di quanto amor patrio sono forgiati gli uomini della terra paterna nella quale nascono le loro radici”. Ben fatto.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Lino Vivoda (Pola, Istria, IT 19**), giornalista e scrittore istriano, esule dal 1947, già sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, direttore di Istria-Europa dal 1993.

Lino Vivoda, “Antonio Carbonetti. Giornalista esule dalmata”, Edizioni Istria Europa, Imperia, 2000. L'edizione contiene interessanti approfondimenti. Nel dettaglio: “L'esodo trent'anno dopo” di Lino Vivoda; “Esperienze di giornalismo italiano in Istria e in Dalmazia”, notevole approfondimento di Sergio Cella; “L'emigrazione giuliano dalmata nel mondo” di Lino Vivoda; “Ricordi del mio esodo” di Irma Sandri Ubizzo; la poesia “L'ora del caffè” di Annamaria Muiesan Gasparri; notizie sul periodico trimestrale “Istria Europa”; “Osservazioni sociolinguistiche sull'Istria a cinquant'anni dall'esodo” di Antonello Razza; “L'Istria, cinquant'anni dal grande esodo” di Guido Rumici. Peccato soltanto per la difficile reperibilità del volume.

Gianfranco Franchi, novembre 2009.

Prima pubblicazione: Lankelot.