Agenzia generale del suicidio

Agenzia generale del suicidio Book Cover Agenzia generale del suicidio
Jacques Rigaut
Le Nubi
2005
9788889616086

“Ho fatto della sincerità qualcosa tra la menzogna e il mistero. Sbrigatevela voi: questa trasparenza vi impedisce di vedere. Trasparenza contrario della chiarezza. Questa nudità che non lascia vedere nulla” (Jacques Rigaut).

Introduce Gianluca Reddavide, brillante e lucido curatore dell'opera: “Agenzia Generale del Suicidio: è il nome bizzarro di uno dei tanti scritti che Jacques Rigaut ha lasciato su fogli di carta di hotel, su pagine strappate ai bloc-notes, con grafia minuta, quasi illeggibile. È il titolo scelto per questa edizione che raccoglie la gran parte dei suoi scritti, quasi del tutto inediti fino alla sua morte. Inediti, sì, perché in alcuni ambienti letterari Jacques Rigaut aveva imparato a disprezzare la letteratura. La pratica della scrittura gli s'imponeva solo come necessità fisiologica: 'scrivo per vomitare'” (p. V). La scrittura per JR era questione di vita o di morte: è sempre il curatore a segnalarci questa sua battuta: “Come un uomo che vinto da un sonno indesiderabile sbatte la testa, io scrivo” (p. XI). E scriveva, e scriveva ancora; e poi distruggeva quel che aveva scritto, e mentre faceva a pezzi l'arte, Jacques rideva.

Artista classe 1898, morto suicida a poco più di trent'anni, rovinato e ferito dalle droghe, fraterno amico di Drieu La Rochelle che per lui scrisse “Fuoco fatuo”, visse una vita che Desnos definì “essenzialmente un caso Dada”. Grande seduttore, scrittore che non conosceva smania diversa da quella della perfezione, odiava la noia, che pativa troppo spesso. E quando quella noia di tutto diventò eccessiva, prese e se ne andò, lasciando tutto in perfetto ordine.

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Raccolta caotica di racconti, aforismi e scritti vari, allora. Ecco cos'è “Agenzia Generale del Suicidio”. Nel primo pezzo, eponimo, scopriamo che il Ministero degli Interni ha approvato l'esistenza di un ufficio destinato a eliminare i disperati. Ha quel tocco di stile che non guasta, come i funerali-express, e offre tutta una serie di opzioni, più o meno costose: dalla folgorazione alla revolverata, dal veleno all'annegamento. Per gli esteti, c'è una ricca morte profumata, completa di tassa sul lusso. Per i poveri, c'è l'impiccagione: la corda si compra a parte.

“Sarò serio”, secondo frammento, gioca su un incipit folgorante: “Sarò serio come il piacere. La gente non sa quello che dice. Non c'è ragione di vivere, ma non c'è neanche ragione di morire. L'unico modo che ci rimane per testimoniare il nostro disdegno della vita, è di accettarla. La vita non vale neanche la pena di lasciarla” (p. 5). Il suicidio è comodo, e Rigaut non smette di pensarci: è così comodo che ancora non s'è ammazzato. Ha preso in giro ogni cosa, nella vita, eccetto il piacere. S'emoziona prendendosi gioco della morte, stuzzicandola una volta e un'altra ancora e un'altra ancora. È un gioco pericoloso.

“E.L.” è la storia di un tizio pigro e disonesto che sogna di campare truffando il prossimo, ma non ne ha la forza. Campa di prestiti e di mezzucci, sempre in bolletta; rischia qualcosa comportandosi da portoghese nei tassì. Ha un punto di vista consueto: quello del caso. Ha orrore del lavoro e della povertà, e crede sinceramente nella fortuna.

“Lord Patchogue” è la storia del signore d'una città che non esiste, padrone d'un nome fittizio e del suo bello stile. Ha una sola dignità: la vigliaccheria. È un vigliacco praticante. Non ha paura di parlare, purché di sé stesso, e a una sola persona per volta. Non ha voglia di avere voglia. Esiste.

“Riflessioni” è lo sfogo di un io che non tiene a nulla ma a nulla rinuncia. “È perfettamente intollerabile che voi abbiate un diritto in più di me. Intollerabile che ci sia qualcosa nel mondo che non sia per me. Ciò che per voi è buono, per me può essere non male. Voglio avere tutto ciò che avete, voglio avere tutto quello che voi volete avere” (p. 47). E poi diventa un manifesto: “Svenderò i miei libri, il mio smoking, i miei compagni e la mia castità. Voglio fare degli sport e l'amore. Sono semplice. Sono onesto” (p. 52). Qui Rigaut è già fuoco fatuo. In toto. E non riesce più a tornare indietro. È troppo tardi.

“La morte” è una sfida. “Sarò un grande morto” (p. 67), profetizza il dandy, rivendicando tuttavia d'essere un uomo che cerca di non morire. E intanto minaccia: “Provateci, se potete, a fermare un uomo che viaggia con il suo suicidio all'occhiello”. Chi ha provato ha fallito; chi prova, fallirà.

“La noia” è un frammento caratterizzato da un principio cardine: “la noia è verità, stato puro” (p. 71). Il suicidio e tutte le corruzioni derivano dalla noia. La noia differenzia l'uomo dal bambino. In “Domande/Dilemmi” l'artista racconta che ha smesso di interrogarsi, e giura che se risponde a qualcuno dev'essere soltanto senza potersi più fermare. Il dilemma, infine, è delle due cose l'una: non parlare, non tacere. Suicidio (p. 76). L'unica emozione che rimane è la perdita della personalità (“Irrealtà/Esistenza”). L'unica rimasta intatta, a ben guardare.

Il suicidio, conclude Rigaut, è un ripiego. “Esattamente. È un ripiego appena meno antipatico di un mestiere o di una morale”. Perché vivere giorno per giorno è diventata ruffianeria. Parassitismo.

Libro che brucia. Trattare con cura. Senza sorridere troppo.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Jacques Rigaut (Parigi, 1898 – Chatenay-Malabry, 1929), dandy e scrittore francese, dadaista. Reduce della Prima Guerra Mondiale.

Jacques Rigaut, “Agenzia generale del suicidio”, Le Nubi, Roma, 2005. Collana “Elettra”, 6. Traduzione di Perla Zanini. A cura di Gianluca Reddavide.

Prima edizione: “écrits”, 1970.

Gianfranco Franchi, dicembre 2009.

Prima pubblicazione: Lankelot.

“Tanto peggio o tanto meglio se sono fregato. Dov'è la differenza se queste pagine trovate sono la scrittura di due persone o una sola?” (Jacques Rigaut)